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All’assassinio del re seguì il pianto di tutti gli italiani

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9 Settembre 2005

Signor Direttore, Signori della Redazione,

nelle parole di Clerici nessuna eco al “pianto del cuore” che per le strade e nelle case, dice Benedetto Croce nella sua Storia d’Italia,” accompagnò la scomparsa del Re Buono. “Azione Giovani” si rivela ignorante della nostra Storia, ma indottrinata dai pamphlet fascisti ed ipocrita nella condanna dell’azione teppistica

All’assassinio del Re seguì il pianto di tutti, il lamento degli Italiani:

Antonio Fogazzaro, in Parlamento, rivolto alla Regina Madre Margherita d’Italia:
“La poesia di Casa Savoia è spezzata, diceste Voi in quel giorno nefasto. No Augusta Donna. La poesia di Casa Savoia si è arricchita oggi dell’aureola del martirio, onde è fatta agli occhi di tutti più venerabile e sacra!”

Il radicale Papafava:
“Umberto era il simbolo, la bandiera. Gli volevamo bene più che non credessimo. Sotto il radicalesimo, sotto il republicanesimo vive il sentimento della continuità storica della Patria. Egli amava il Paese più che la Corona”

Il repubblicano On. Colajanni fa loro eco e pretende lui, repubblicano, commemorare alla Camera il Re. Definì esecrabile l’assassinio e riconobbe che il Regno di Umberto I fu quello di “un Re veramente galantuomo”

Ed è ancora un repubblicano: Giovanni Bovio che, esecrando il regicidio, sostenne con gli anarchici, con Malatesta in primis, la feroce memorabile polemica che pronosticò lunga vita alla Monarchia di Casa Savoia.
Fu Bovio a tracciare, con stupenda onestà, il profilo del Re che dice: “A Monza si fa festa, a Napoli si muore: vado a Napoli!”, un Re che tra i colerosi di Busca e di Napoli, tra i terremotati di Casamicciola, in ogni dove è presente nelle tribolazioni e nelle disgrazie pubbliche, generoso e clemente con gli stessi attentatori alla Sua Vita.

Giuseppe Verdi si alzò dal suo letto di morte per esprimere in note il pianto suo e della Nazione.

Oltre alle celebrità e ai politici vi è, permettetemelo, la mia umile ma ferrea testimonianza. Abitavo in Via Mentana a Pesaro negli anni della mia infanzia ed i primi della mia adolescenza.

La Signora Olvide, che abitava in Via Mazzini, una strada vicina, essendo rimasta sola nella sua tarda età, amava accogliere i bambini del quartiere dispensando carezze sulla fronte e, sicuramente con sacrificio, cioccolatini e caramelle. Il tutto accompagnato da un sempre ripetuto: “sii bravo!”. Lo ricordo ancora il gran quadro, unica cosa che mi parve di lusso in quella povera dimora, grandissimo ai miei occhi, dalla cornice spessa forse dieci centimetri, datosi che conteneva, dietro il vetro, fiori secchi o di seta posti tutti all’intorno dell’immagine ch’era sul fondo e ch’io vedevo per la prima volta. Due grandi occhi, una fronte spaziosa sovrastata da corti capelli bianchi, così com’erano bianchi i grandi baffi che, solo essi assieme agli occhi, sembravano riempire il quadro. Alla mia impertinente domanda: “Sora Olvide, l’è su Marit?” – “No” mi rispose in italiano “è il Re. Il nostro Re”. Eravamo alla fine degli anni Cinquanta.
Quasi sessant’anni dal Suo assassinio ed il grande quadro nella casa della Signora Olvide, dovrebbe dire agli Italiani che Re Umberto I fu un sovrano amato dal Popolo. Dal Popolo più che dalla borghesia e dalla Nobiltà.

E’ infatti ancora un socialista, uno che soffrì persino il carcere, ma che con l’onestà di Bovio testimonia anch’Egli, alla Nazione e per la Storia, che Umberto I fu un ottimo Re. Pascoli Giovanni.

E allora, Signor Direttore e Signori Redattori, perchè cedere alla violenza di teppisti ed alle pressioni di gruppi ideologicizzati come „Azione Giovani“?
Il monumento al Re venga ripulito e resti dov’è a memoria della nostra Storia.

Con cordiale saluto

Pio Pierucci - Luzern

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