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Dalle baby pensioni a chi non finirà mai di lavorare

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17 Febbraio 2026

Caro direttore

erano anni di gravi difficoltà economiche, della crisi petrolifera, dell’austerity anche per il nostro Paese; eppure, paradossalmente, per alcune “privilegiate” categorie (così vengono percepite, a torto o a ragione, nell’immaginario collettivo) l’Italia diventava contemporaneamente una sorta di El Dorado, di paese della cuccagna, quando nel 1973 il governo Rumor introdusse con il D.P.R. 1092 le baby pensioni per i dipendenti delle amministrazioni centrali e periferiche, con cui si incentivava la demotivazione o la motivazione al lavoro (dipende dai punti di vista!).

14 anni, sei mesi ed un giorno risultavano l’ambito traguardo per le donne con prole, impegnate nel settore pubblico, per arrivare alla “tanto sudata” e agognata pensione. Invece, circa una ventina d’anni per gli uomini “statali” e 25 per i dipendente degli enti locali. Dopo sappiamo tutti che è arrivata la riforma Dini…

Da una parte si riduceva la pubblica illuminazione, si imponeva ai locali pubblici e alla programmazione RAI la chiusura entro le 23, si vietava la circolazione, nei giorni festivi, dei mezzi motorizzati (famose le domeniche a piedi, senza auto). Dall’altra parte, busillis doloroso, la “strenna natalizia” dello spreco durata oltre 20 anni favorita da uno Stato generoso , “buon padre della famiglia pubblica”, con quelle “premature” elargizioni pensionistiche rivolte al suo esercito “fedele. Ecco allora il caso della signora Tizia, in pensione a 30 anni o poco più, o del signor Caio che, più “sfortunatamente”, raggiungeva il “meritato” premio, alla soglia della veneranda età dei 40 anni. Ma non era un momento di crisi?

E pensare che oggi tanti diplomati e laureati italiani si appropinquano al mondo del lavoro in forma più o meno stabile, vuoi per la congiuntura economica non certamente favorevole, proprio “nel mezzo del cammin di nostra vita”, o per i più fortunati poco prima.
E chissà, poi, se anche noi, di mezza età, dal fascino brizzolato (dipende dai punti di vista), la pensione la riceveremo, in quale misura, e comunque in “quale futuro ” imbarazzante”—Forse direttamente e bruscamente ad una quota abbassata come quella di “camposanto”.

Capisco che sia aumentata la speranza di vita, che non ci siano forse più soldi o che i conti vadano “secondo un’ottica europeistica” risanati, ma una persona non è un numero; non avrebbe quindi il diritto di godersi, per almeno qualche anno ancora in discreta salute, la sacrosanta pensione!? Perchè dover arrivare praticamente a 70 anni e andare chissà al lavoro con il supporto della badante?…

Claudio Riccadonna Ala

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