Disaffezione verso la politica? Siamo ben oltre
13 Giugno 2017
Quando un sindaco e un’amministrazione sono eletti con un quinto dei voti degli aventi diritto, cioè con il voto del 20% del corpo elettorale, c’è qualcosa di più di un rigetto della politica. Se su 5221 elettori, 2572 rimangono a casa e altri 68 votano scheda bianca o nulla, quindi meno della metà dei cittadini sceglie compiutamente una rappresentanza, siamo in realtà ad un rifiuto morale. Rifiuto dell’idea stessa di comunità. Come definirlo altrimenti? Siamo in un Comune di 6000 abitanti: c’è da erogare l’acqua e il gas, portar via i rifiuti, pulire e aggiustare le strade, garantire l’illuminazione, sgombrare la neve, riconoscere la carta d’identità, concedere un permesso, un documento, gestire l’asilo, la scuola e la mensa scolastica per i bambini, tutelare l’ambiente, assistere gli anziani e gli infermi, e tanto altro ancora da garantire ai cittadini, grandi e piccoli, dallo sport, alla cultura, al tempo libero.
Dovrebbe essere, banalmente, interesse di ciascun cittadino fare in modo che questi servizi siano attuati, gestiti in modo efficiente, e che siano alla portata di tutti. Come? Concorrendo quanto meno ad individuare le persone più adatte, ad avviso di ognuno, che per spirito di servizio si mettono a disposizione per farsi carico di questi compiti. E invece?
Resto a casa, pago le tasse e tanto basta. Qualcuno ci penserà. Il risultato sono amministrazioni fondate prevalentemente sull’agnosticismo, minoritarie, e quindi appannaggio di gruppi ristretti di interesse. Ma se questo succede per l’elezione del sindaco, figura emblematica del civismo italiano, la più vicina alle persone, che rappresenta il volto dei mille municipi e che esprime il valore più immediato e concreto della cittadinanza, quella speciale condizione da cui conseguono diritti e doveri, c’è da chiedersi – a maggior ragione – quanto si estenderà la voragine che si è aperta tra cittadino e istituzioni e quali livelli tenderà ulteriormente ed inevitabilmente a raggiungere. Non ci vuole molto per intravedere un precipizio nel quale rischia di finire l’idea stessa di Stato.
E’ tutta colpa del cittadino? No. Questa regressione democratica è stata voluta e costruita nel tempo e in modo consapevole. La responsabilità è della politica e dei partiti che l’hanno incarnata. Allontanare la partecipazione, amplificare le delega, restringere sempre di più i gruppi di comando, nell’economia e nelle istituzioni, fino ad arrivare all’uomo solo al comando. Questo è quanto ha prodotto una visione miope e in fin dei conti autoreferenziale e autoritaria della democrazia. Quella visione che in definitiva ha prodotto le diseguaglianze sociali più acute che le storia conosce. Si sono così rinsecchiti gli ideali, appannato il senso civico, esasperato gli individualismi. La democrazia ridotta a brandelli dall’alto verso il basso. Si, perché anche nei programmi per le elezioni comunali tutto è ridotto a pura gestione dell’esistente, tutto è contabilità ordinaria, non c’è visione del futuro.
Da qui l’allontanamento e la delega fino alla fuga dal voto. Non si crede più al cambiamento delle cose dall’interno, alla possibilità di incidere sugli eventi. Comportamenti questi non giustificabili se ancora si crede al valore della partecipazione democratica ma che non sono destinati a cambiare solo attraverso appelli moralistici. C’è invece bisogno di rovesciare la piramide costruita ad arte per impedire di fatto la partecipazione, restituendo responsabilità e senso civico. Questo è il compito storico di cui dovranno farsi carico i partiti e i movimenti. Le leggi elettorali sono importanti ma mai quanto il convincimento di contare per poter cambiare. Il mio Comune è Sumirago in provincia di Varese.
Salvatore Barone



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