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6 Aprile 2021

Caro direttore

Esattamente un anno fa ho scritto questa lettera, immaginando di essere un’adolescente.
Oggi continuo a leggere lettere simili, anzi, ancora più forti. Non si tratta più di immaginazione, ora si parla di vita vera.
E mi chiedo: possibile che a distanza di un anno siamo ancora così? possibile che per i nostri ragazzi non sia cambiato nulla? perchè non ci assumiamo la responsabilità di lottare davvero per i loro diritti?

Aprile 2020
Perché ti sei dimenticato di me?
Perché tutto a un tratto sono diventata invisibile?
Perché non mi chiedi come sto? Come passo le ore infinite di queste giornate infinite? Perché non vuoi sapere cosa faccio chiusa dentro nella mia stanza? Perché non mi chiedi a cosa penso quando mi vedi seduta, a guardare il nulla, con lo sguardo spento, opaco, ubriacato dalle immagini, da quelle parole vuote che escono dalla tv, quelle stesse parole che tu non smetti nemmeno per un istante di ascoltare?
Perché ti faccio così paura?

Fino a qualche mese fa sembrava fossi io il centro del tuo mondo, ero come un piccolo organismo sotto una gigantesca lente d’ingrandimento. Tutto quello che facevo o non facevo era sezionato in minuscole sequenze delle quali mi chiedevi il senso, una spiegazione “matura”.
Le infinite discussioni sulla scuola, sull’impegno, sul rispettare le tue regole perché ero ancora una ragazzina, e “fino a quando vivi in questa casa devi rispettare ciò che ti dico!”.
Gli interrogatori sui miei amici: chi sono, cosa fanno, vanno bene a scuola, chi sono i genitori, che lavoro fanno?? Cosa facciamo quando vaghiamo per le vie del paese ascoltando musica e perdendo un sacco di tempo? Perché non penso al mio futuro? Perché non ho un progetto? Perché cambio idea come cambia il vento? Perché non mi informo? Perché non sono curiosa? Perché non faccio quello che facevi tu alla mia età?

Perché non mi fai più domande? Perché non hai il coraggio di chiedermi davvero come sto oggi?

Sai cosa ti dico? Se non me lo vuoi chiedere te lo dico io come sto, perché ora ne ho abbastanza!

Tu dici che io sono ribelle, che non rispetto le regole, che me ne frego di tutto.
Ti sto dimostrando l’esatto contrario. Due mesi fa mi hai detto che non sarei più andata a scuola e ho risposto “ok”. Lo so, forse tu hai pensato che a me questa notizia sia sembrata un regalo… e invece? ti sbagli di grosso! Perché, è vero, la scuola mi pesa, e forse non sono nemmeno tanto brava. Ma il mio mondo era tutto lì.
Il ragazzo che mi fa venire le farfalle nella pancia appena incrocio il suo sguardo quando lo incontravo nei corridoi, la mia amica, era la mia vicina di banco, 5/6 ore, gomito a gomito tutti giorni a immaginare e fantasticare su quello che avremmo potuto fare nel pomeriggio, a sognare l’estate. La prof. di inglese, tanto severa ma tanto presente, che prima di tutto ci chiedeva “how are you”? E lo chiedeva con la vera curiosità di chi vuole sapere come la pensano un gruppo di adolescenti scapestrati che devono ancora imparare a mettere in ordine il loro pensieri..
Poi mi hai detto che non potevo più uscire di casa e di nuovo io ti ho detto ok.
Questa volta nel tuo sguardo era cambiato qualche cosa però, perché sia io che tu sapevamo che questo voleva dire che saremmo stati costretti a stare 24 ore su 24 tra le stesse mura, senza via di fuga. Dopo i primi giorni di euforia per la novità “perché non facciamo qualche cosa insieme? Perché non mi aiuti a fare la pizza, il pane, la torta? Perché non mi aiuti a sistemare la cantina, il solaio, il garage? Perché non seguiamo quelle lezioni di fitness?” Tutto si è come congelato, hai iniziato a lasciarmi il mio tempo.
Forse all’inizio di questo, in segreto ti ho anche ringraziato… ma poi questo tempo si è dilatato, è diventato senza fine. L’unica ancora al tempo presente sono quelle dannate lezioni online che, non si capisce come, sono diventate il centro della nostra esistenza. Con i prof che hanno bisogno che siamo noi a spiegargli come funziona quella piattaforma, come silenziare i microfoni, come sia possibile condividere il materiale. Sono lezioni fredde però. “Bisogna andare avanti con il programma”, “abbiamo già perso troppo tempo”, e anche qui non c’ è lo spazio per sentirci chiedere come stiamo. Anzi, ci viene ricordato che il tempo a disposizione è poco e quindi non si può parlare della situazione, del virus.
Già il virus. Sembra essere un mostro terribile, che attacca tutti, senza via di scampo infliggendo dolori e morte. Un mostro che arriva da lontano e che distrugge tutto ciò che incontra. Sembra non ci sia modo di arginarlo se non quello di nasconderci nelle nostre case.
Zero contatti, zero relazioni.
Io accetto tutte queste regole, devo essere onesta, alcune non le capisco, ma le accetto e non chiedo.
Ho paura di sembrare stupida, superficiale, in un momento in cui tutti sono tristi, in cui tutti hanno paura in cui, l’unica cosa da fare è stare fermi, non muoversi. Ho paura che le mie domande vengano prese come un capriccio, una lamentela e non voglio, perché ti vedo che hai paura, che non stai bene.
Passano i giorni, le settimane. Ogni voce che entra in casa porta notizie di morti, disperazione, di rabbia e insulti verso chi sembra non rispettare tutte queste regole alla lettera: “quello è uscito”, “quello non ha i guanti, la mascherina”… Tra le notizie che sento capisco che questo virus sembra essere molto pericoloso per gli anziani, sembra che gli unici che non si ammalano, o almeno non in maniera grave siano i bambini, i ragazzi, i giovani…e allora inizio a chiedermi, perché allora ci tengono barricati in casa? Forse all’inizio era per proteggerci, ma ora? Perché? Perché nessuno parla di come possiamo sentirci? Perché nessuno parla di parla di quello che si potrebbe fare per rintrodurci alla vita? Perché quando si parla di noi si sente solo il binomio studenti-didattica a distanza?

Silenzio. Nessuno dice nulla. Nessuno nemmeno tenta di rispondere a queste domande. Tutto ad un tratto sembra che la nostra voce sia diventata muta.
Il tempo diventa sempre più espanso, ma denso allo stesso tempo. Diventa come una melma, tutto va a rilento, come se ci fosse una colla che trattiene i movimenti.
Faccio fatica, non riesco a liberare le gambe, il respiro, i pensieri e allora mi lascio fagocitare da queste sabbie mobili. Sprofondo nella mia stanza, nel mio smartphone, mi perdo a fare videochiamate di gruppo con i miei amici nelle quali per lo più restiamo in silenzio, ognuno a farsi i fatti propri, ascoltare musica, ma almeno non siamo soli, ogni tanto qualche parola, qualche battuta ma niente di più. Passo le ore a sbirciare i profili di tutte le persone che conosco o che sono “amici” ma perfettamente sconosciuti, partecipare a qualche diretta su instagram, a volte talmente imbarazzanti da abbandonarle dopo pochi istanti… e mi chiedo, perché non entri in camera mia e chiedi cosa sto facendo? Perché non mi chiedi di questi presunti amici di cui prima volevi sapere tutto? E non dirmi che vuoi lasciarmi la mia privacy… non l’hai mai fatto, perché iniziare proprio ora. Perché ora che mi sento totalmente persa, sola, tu non mi chiedi più niente? Questa finta realtà ti sembra più sicura di quella reale, di quella in carne e ossa?

Forse hai paura che anche io possa farti delle domande? Forse immagini che io mi aspetti da te risposte certe?
Cazzo, no, io ho bisogno di un abbraccio. Di sentirmi dire che c’è chi si sta occupando di noi, che tra poco potrò tornare a vedere la mia amica, i miei zii, i miei nonni. Io ho bisogno di sapere che tu sai che ho paura anche se mi vergogno a dirtelo. Ho bisogno che qualcuno mi dica che sto facendo bene, che chi ci governa ha come primo pensiero il futuro e quindi noi.
Ho bisogno di sentirmi dire che non vi siete arresi. Che non è vero che la preoccupazione sia quella di come gestire gli ombrelloni sulle spiagge. Ho bisogno di sapere che qualcuno si stia chiedendo cosa ne sarà di noi. Perché io così mi sento morire. Mi manca il respiro, sento che tutto inizia a scivolarmi addosso, sento l’indifferenza, sento il freddo. Ho paura. Ho terribilmente paura. E non so dirti di cosa nello specifico. Non ho paura di ammalarmi, di morire. Io ho paura di non poter dare un bacio, di non potermi fare prendere per mano, di non poter sentire il calore di un corpo che mi abbraccia.
Ho paura di trasformarmi in uno zombie con quelle mascherine che coprono ogni espressione, che ti portano a tenere la testa bassa così “se non mi riconosci, non ti devo salutare e sono al sicuro”.
Ho bisogno che sia tu ad aiutarmi a trovare un senso, un significato, delle parole per comprendere.
E se nemmeno tu lo trovi questo senso, se hai anche tu paura, se anche tu sei incazzato, va bene, ma dimmelo!!! Parla a me, con me. Fammi sapere che non sono da sola.

Io mi sono fidata di te. Ho rispettato tutte le tue regole.
Perché ora tu non puoi fidarti di me?
Perché sei certo che non sarò in grado di rispettare delle regole nuove, se queste mi permettessero di riprendere la mia vita? Ti ho dimostrato che sono capace di farlo, perché ora dovrebbe essere diverso? Perché non posso uscire? Perché non posso tornare a scuola?
Non sono cretina, se mi dici che devo mantenere una certa distanza lo farò.
Ma ti prego, ridammi la possibilità di continuare la mia vita. Non lasciare che la tua paura paralizzi anche me. Non smettere di credere che io posso davvero essere il tuo futuro. Credi in me, dammi la possibilità di dimostrarti che di me ti puoi fidare. Forse non sono la figlia che ti aspettavi potessi diventare, forse sono diversa, divergente, ingombrante, arrogante, strafottente e tante altre cose, ma io di te mi sono fidata ciecamente. Non ti chiedo di fare tanto, ma una piccola possibilità. Dammi la speranza che le cose possono cambiare, che non deve essere tutto per forza diviso in bene o male, bianco o nero.
Dammi l’esempio, fammi da guida.

Fai il Grande.

Francesca Berrini

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