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Giornata della Memoria, l’occasione per pensare a una società più giusta

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28 Febbraio 2023

Caro direttore

La Storia si ripete con corsi e ricorsi, come ci insegna Gianbattista Vico. Una riflessione, la mia, sulla Giornata della Memoria che si è recentemente celebrata. Ogni anno, dunque, il 27 gennaio si commemora questa cruciale ricorrenza istituita ufficialmente nel 2005, che si predetermina l’onere di commemorare le vittime della Shoah e la sofferenza delle minoranze ostracizzate e perseguitate dal regime nazista. Questa data intende altresì preservare la memoria degli eventi, e più specificatamente quelli più bui che hanno caratterizzato il secolo scorso, e non dimenticare bensì reiterare le lezioni che essi ci impartiscono, sensibilizzandoci e rendendoci avveduti con lo scopo di non ripercorrere gli stessi errori. D’altronde repetita iuvant: non è forse vero?

L’Olocausto fu certamente uno dei periodi più sofferenti della Storia umana, dove oltre 6 milioni di Ebrei, principale obiettivo da colpire al fine di garantire l’egemonia della razza ariana, insieme a Rom e non ariani, furono sottoposti ad una rigida pulizia etnica. Ma vanno tuttavia citati anche dissidenti politici, omosessuali e disabili – nei confronti dei quali fu intrapreso un lungo percorso di sperimentazione eugenetica – che furono sistematicamente perseguitati e uccisi dal nazismo e dai suoi seguaci durante la seconda guerra mondiale.
La Giornata della Memoria ci pone difronte al dovere non solo di ricordare le vittime, ma anche di riconoscere e prevenire ogni forma di intolleranza nella società, talvolta fondata su pregiudizi o retaggi culturali.

La senatrice Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, ostentando una veduta spiccatamente pessimistica, durante un evento che si svolse nel 2019 ha dischiarato quanto segue: “Nel giro di pochi anni, quando sarà morto l’ultimo di noi [dei testimoni], la storia della Shoah diventerà prima solo un capitolo in un libro di storia, poi una riga e poi non ci sarà più nemmeno quella”. Con una propensione che tende ad una veduta sempre più pessimistica, la Segre ha voluto offrirci uno scorcio, forse addirittura troppo iperbolizzato, di una fenomenologia che in maniera fattuale non si discosta completamente dalla narrazione sopra descritta.

A distanza di anni, il sermone della Segre lascia ancora riflettere, dibattere e discutere. Questo è il caso della storica Anna Foa, la quale il mese scorso ha commentato il divenire della ricezione da parte della società nei confronti della Giornata della Memoria. La Foa, nel suo intervento, esprime la sua vicinanza ideologica alla senatrice, asserendo che “la memoria di ciò che è accaduto sia destinata all’oblio” fornendo delle esemplificazioni che avvalorerebbero questa tesi. La storica, difatti, non perde l’occasione di sottolineare il fatto che anche nelle democrazie occidentali siano stati organizzati da parte dei nostalgici della marcia su Roma e pronunciate dichiarazioni apertamente fasciste che esprimevano tutta la loro intolleranza ed ostilità verso i gruppi minoritari sopra elencati.

Nel complesso – bisogna dirlo – gli interventi di coloro che hanno vissuto sulla propria pelle i campi di concentramento e di sterminio sono sempre più rari risicati a causa di improrogabili motivi anagrafici dei testimoni. Ciò significa che, con tutta probabilità, entro due o tre lustri al massimo non ci sarà più alcuna voce in grado di raccontare le emozioni dell’Olocausto provate da chi l’ha effettivamente vissuto. Nell’insieme, dunque, in un clima come questo, connaturato da contraddizioni e incongruenze, ci sovvien di pensare quale sia realmente lo scopo di questa Giornata e il ruolo che ricopre la nostra memoria.

Promuovendo uno studio semantico attorno a quest’ultima parola e paragonandola con il termine “ricordo”, è inequivocabile che la memoria non rappresenta solamente un’immagine di qualcosa che è stato, ma ne fissa l’idea generando cultura e inglobando la sfera pubblica e storica con una riflessione.
Il dubbio che molti coltivano, tra i quali la stessa Foa, è se sia stato fatto il possibile per divulgare questa Memoria o se, invece, siano stati commessi errori in questa trasmissione.

Riportando un frammento del monologo della storica, si legge: “come società civile non abbiamo trovato tutti gli strumenti e siamo stati troppo retorici”. A mio avviso, disquisire attorno alla inefficienza di una comunicazione realmente concreta e diretta (basti pensare che al giorno d’oggi sono ancora viventi delle personalità che hanno vissuto le atrocità dei campi di sterminio che come saldi punti di riferimento ci offrono la loro testimonianza, i loro occhi e la loro disponibilità per rivivere quegli anni) non è il punto focale dal quale è doveroso condurre il ragionamento. Se è onesto pensare che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e dunque che non c’è modo di farsi ascoltare da chi non ne ha voglia, allora, analizzando nuovamente la questione, mi sento autorizzato a pensare che gli errori siano stati commessi non nella trasmissione – tanto per utilizzare la medesima grammatica -, bensì nell’assimilazione e nell’accoglimento della stessa!

La Scuola, per esempio, luogo in cui si costruisce il futuro e la convivenza civile, non contribuisce abbastanza con una formazione indirizzata a rielaborare una tale tragedia. Per quanto riguarda la mia esperienza, non ho ricordo recente di alcuna manifestazione o conferenza sulla Shoah che abbia varcato il perimetro del mio liceo, dove anche il canonico minuto di silenzio è stato destinato a scomparire. Questo scenario ci offre un dettaglio fondamentale se si pensa al fatto che limitatamente alla divulgazione della Memoria la via più efficace è quella della Scuola, dove appunto i ragazzi investono la porzione più rilevante della loro gioventù, fase della vita in cui ci si costituisce come persona e come cittadino dotato di responsabilità e personalità giuridica. I giovani sono chiamati ad erigere delle fondamenta di solidi principi morali che gli permettano di avere uno sguardo critico sul mondo che li circonda, evitando di cadere nell’ignoranza che li conduce altrove; giacché ciò che incentiva il fanatismo, l’odio e l’omofobia non è altro che la mancanza di istruzione e di educazione.

Da un’analisi pedagogica è possibile affermare che per trattare tali tematiche è necessario coltivare una sensibilità che, eufemisticamente parlando, l’indifferenza e la volgarità latenti e quiescenti che come un cancro stanno divorando la società impediscono di raggiungere. Così come i versi peregrini di Leopardi, o le note di Beethoven, anche la Shoah ci mette difronte a dei prerequisiti ontologici da padroneggiare prima di sforzarci di comprenderla.
A questo punto mi pare spontaneo pensare alle motivazioni e alle cause che giustificherebbero tale decadimento culturale, che dal punto di vista umanistico sta sfociando sempre più in una indifferenza asettica nei confronti dell’andamento delle cose.

Certamente è possibile avanzare l’ipotesi secondo la quale la società moderna sia diventata sempre più frenetica ed individualista. Ciò può portare ad una carenza di sensibilità nei confronti degli altri ed anche di sé stessi, che necessita di tempo per essere coltivato.

Non possiamo dimenticare che anche l’avvento della tecnologia può essere un ulteriore fattore che contribuisce alla diminuzione di questa sensibilità. Le interazioni virtuali, difatti, possono essere distaccate e meno impegnative rispetto a quelle fisiche, e questo può portare ad una mancanza di empatia e di comprensione degli altri.
Analizzando la questione da una prospettiva diversa e fornendo un altro tipo di lettura è doveroso, a mio avviso, imputare il fenomeno che ci ha reso succubi nei confronti delle merci e consumisti anche dell’informazione, che ci allontana dalla nostra posizione di consumatori allineandoci ad uno stravagante paradigma dettato dal mondo del web iperconnesso, dove i suoi cittadini-utenti trascorrono la loro esistenza nel più sterile qui ed ora venendo bombardati da input sempre nuovi ed eterogenei che sostituiscono quelli precedenti disorientando l’attenzione del singolo. Soffermandoci sugli effetti che questo scenario produce, non è affatto difficoltoso acquisire la consapevolezza del fatto che il tempo ed il suo trascorrere rappresentino delle variabili essenziali al fine della nostra indagine. Sono trascorsi all’incirca 80 anni dall’apertura dei cancelli polacchi e annualmente l’incidenza del 27 gennaio sulla coscienza collettiva diventa sempre più flebile. Percorrendo lo stesso ragionamento e fornendo un’ulteriore esemplificazione, sobbalza alla mente anche la recentissima questione ucraina, dove nel giro di 72 ore il coinvolgimento che riecheggiava all’interno della grancassa sociale si era già abbondantemente affievolito e tramutato ancora una volta in indifferente apatia.

Volgendo verso l’epilogo dello scritto, avrò un occhio di riguardo verso coloro che con un ilare atteggiamento carico di sarcasmo inveiscono contro la ricorrenza del 27 gennaio ignorandone una reale “utilità” e suggerendo di abolirla, appellandosi agli accidenti del nostro tempo e facendo riferimento alle decine di guerre che in sordina vengono protratte contemporaneamente. Accettando questa provocazione, non posso fare a meno, tuttavia, di domandarmi se eliminando la Giornata della Memoria sarebbe stato realmente tutto invariato e statico, compresi i nostri animi.

In conclusione, c’è ancora molto da fare per garantire che questi crimini terribili non vengano mai più ripetuti. La nostra responsabilità ci suggerisce di fare la differenza e impedire che queste atrocità accadano di nuovo.
In estrema sintesi, la Giornata della Memoria è un’occasione per ricordare il passato e guardare al futuro, impegnandoci a costruire una società più giusta e pacifica per tutti. Siamo chiamati a continuare la lotta per la giustizia e la libertà, in memoria delle vittime della Shoah e di tutti coloro che hanno sofferto a causa del pregiudizio e dell’ingiustizia.
Se è vero che il diritto è scritto sulla pelle degli uomini, e se è vero che l’Olocausto ha catalizzato l’avvento della Dichiarazione universale dei diritti umani, allora dobbiamo essere grati a coloro che hanno sacrificato la loro vita per combattere la tirannia e la discriminazione, impegnandoci a continuare il loro lavoro per creare un mondo più giusto e inclusivo per tutti. Ricordiamoci sempre che la pace e la libertà non sono mai state e non saranno mai acquisite definitivamente, ma devono essere difese continuamente.
In estrema sintesi, quello della Segre, visto dalla mia prospettiva, non rappresenta uno sfiduciato pessimismo, bensì di un avvilito realismo che con gli occhi dell’oggettività e attenendosi ai fatti ci offre la narrazione di ciò che è inevitabile che si compia, e che forse in parte si è già realizzato; ma finché ci sarà lo Stato di Israele a vigilare sulle vicende del mondo un secondo Olocausto non sarà attuabile.

Filippo Fugacci
Gallarate

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