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Giovanni Papini ed il risveglio dei primi del Novecento

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16 Luglio 2005

E’ piuttosto facile, soprattutto se si legge solo il suo profilo biografico, disponibile nelle principali antologie, annoverare Giovanni Papini (1881-1957) tra le figure minori della nostra letteratura del primo Novecento. Più di qualcuno avrà però già letto di questo autodidatta di grande cultura, spirito “puro” degli inizi del XX secolo, che in età matura finì col dedicare al duce il primo volume della sua “Storia della letteratura italiana” e che per questo entrò a far parte dell’Accademia d’Italia.
Mi sono piaciuti moltissimo, per la grande forza ideale ed evocativa espressa, ma soprattutto per la loro grande attualità, alcuni stralci di un suo articolo apparso sulla rivista Il Leonardo nell’agosto 1906:
“ Il mio programma rispetto all’Italia è tanto semplice che ai soliti molti sembrerà assurdo: io voglio che alcune centinaia di giovani italiani perdano certe qualità e ne acquistino certe altre. Voglio che una parte, anche piccola, dell’ultima generazione italiana, si liberi da certe tendenze, da certi gusti, da certe debolezze e acquisti invece altri caratteri, nuove passioni e preoccupazioni. Modificare uomini, amputare e ingrandire anime, trasformare spiriti: ecco l’arte mia favorita. […]
Per la stessa ragione non rivolgo la mia propaganda a qualcosa di vago e d’indefinito come gli antichi predicatori ed i nuovi apostoli: non parlo all’Umanità e neppure al Popolo d’Italia, parlo ad alcune centinaia di giovani nati in Italia, nei dintorni del 1880, vale a dire una parte di quella generazione che ha cominciato a pensare e a fare col secolo nuovo. La mia propaganda non si perde tra le nebbie dell’universalità. Mi bastano pochi uomini che sappiano e sentano ciò che io voglio. Col loro contagio essi cambieranno l’aria morale di un paese, e il contagio di questo paese potrà cambiare il mondo. Nella cultura, come nella politica, i meno tirano i più. Basta volere con forza e agire con ostinazione e a tutto si arriva. […]”
Era del resto già successo agli albori del Risorgimento, anche con un certo seguito, che qualcuno auspicasse e promuovesse un risveglio negli Italiani; ad esempio quando Madame de Staël si spinse ad affermare che “l’Italia doveva rinascere perché si sentiva che essa era già ben morta”.
I nuovi spiriti italiani tornano sempre, si potrebbe a questo punto concludere, ma è certo molto importante che essi percepiscano e che guidino fino alla mèta, non i peggiori, ma i migliori sentimenti e le migliori intenzioni della gente comune.
Perché questo è, in fondo, il progresso.

Giovanni Di Biase

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