I magnifici dodici docenti antifascisti
15 Novembre 2016
“Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate”. E proprio questa è stata la mia prima considerazione a fronte di quanto ha scritto un “padron colendissimo” spesso dominato – per dirla ancora con Manzoni – dalla “voglia d’esser un po’ fantastico, e di gridare a torto”.
Ma, insomma, si chiederà spazientito taluno, i docenti antifascisti che, nel 1931, rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista quanti furono esattamente? Possibile che a questa semplice domanda, e a tanti anni di distanza, ci si trovi di fronte a numeri ballerini, giacché vi è chi dice che siano stati 11, chi 12, chi 18, chi 23? Possibile poi che chi promuove una targa ufficiale a memoria di tale storico evento lo faccia con una superficialità tale da non tener conto delle ricerche apparse a questo proposito già da molti anni?
Per rispondere diffusamente a questa domanda bisognerebbe forse rinviare il lettore al nostro recente “Filosofi antifascisti” (Mimesis, 2016), volume di seicento pagine in cui questo problema è sviscerato analiticamente. Ma per non abusare ora della pazienza del lettore si può dare la parola ad uno storico reticente come Renzo De Felice che, nella sua pur monumentale biografia consacrata a Mussolini, scrive testualmente: “il numero dei professori universitari che non giurarono è controverso (in genere si afferma che siano stati undici o dodici) e difficilmente accertabile con precisione. E ciò perché l’allontanamento dal servizio avvenne con motivazioni diverse, non sempre esplicite. Per la precisione furono ‘accettate le dimissioni’ di P. Sraffa e di E. Ruffini; furono ‘dispensati dal servizio’ E. Buonaiuti, G. Levi Della Vida, G. De Sanctis, V. Volterra, M. Carrara, L. Venturi, B. Nigrisoli, F. Luzzato; furono ‘collocati a riposo a domanda per avanzata età e anzianità di servizio’ A. Rossi, G. Vicentini, G. Errera, F. Ruffini, F. Atteri Vacca; furono ‘collocati a riposo per avanzata età e anzianità di servizio’ V. E. Orlando e A. De Viti De Marco; fu ‘collocato a riposo per provati motivi di salute’ P. Martinetti”. Secondo questo elenco sarebbero pertanto 18 i docenti in questione. Tutto bene? Ha dunque ragione il “padron colendissimo”?
No, per niente, perché quest’ultimo arriva a 18 parlando, in primis, di quattro docenti, ovvero di Edoardo Agostino Gemelli, Mario Rotondi, Francesco Rovelli e Giovanni Soranzo i quali, essendo docenti in un’università privata come la Cattolica di Milano, non avevano alcun obbligo di giurare, a differenza dei docenti delle regie università pubbliche i quali erano invece sottoposti a questo obbligo e, pertanto, se avessero rifiutato di giurare sarebbero stati immediatamente licenziati.
Questa distinzione costituisce l’elemento fondamentale e decisivo che, appunto, distingue, nettamente e radicalmente, la situazione dei docenti delle università pubbliche da quella dei docenti delle università private. Se si trascura, od oscura, questo aspetto – che non è un dettaglio – si finisce per pregiudicare il ragionamento, proprio perché si vuole costruire, scientemente, un’inferenza claudicante, gettando fumo negli occhi, onde confondere le acque. Ma si sa che le bugie han le gambe corte e così lo stesso “padron colendissimo” deve ricordare che Mario Rotondi scappò, letteralmente, dall’Università di Pavia per rifugiarsi alla Cattolica di Milano, dove poteva, appunto, sottrarsi al giuramento senza incorrere in alcuna sanzione. Inoltre lo stesso “padron colendissimo” ricorda la figura di Giuseppe Antonio Borgese che rese formalmente ufficiale la sua decisione di non giurare nel 1934 (dunque non nel 1931!). Norberto Bobbio, nel suo volume “Italia civile” (del lontano 1986!), ricorda anche il preclaro esempio di docenti antifascisti come Silvio Trentin, Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti i quali rinunciarono sdegnosamente alla cattedra universitaria già nel 1925, avendo constatato, per parafrasare Salvemini, “come la dittatura avesse oramai soppresso completamente quelle condizioni di libertà, mancando le quali l’insegnamento universitario perde ogni dignità, cessando dall’essere autentico strumento di libera educazione civile per ridursi a servile adulazione del partito dominante”. In questo preciso contesto storico, determinato dalla precedente legge del 24 dicembre 1925, che “attribuiva al governo la facoltà di revocare coloro che avessero professato idee politiche non ortodosse”, ricorda ancora Bobbio, accettarono la revoca piuttosto che abdicare al libero insegnamento Arturo Labriola e Enrico Presutti”. Dunque i 18 salirebbero a 23 docenti! Se poi si incrociano tutti i docenti precedentemente elencati con quelli solitamente citati ci si rende agevolmente conto come tra di essi figurino anche alcuni professori che, in genere, non sono affatto ricordati tra i docenti che rifiutarono il giuramento (per esempio Sraffa il quale dette effettivamente le dimissioni nel novembre del 1931, dunque prima di dover sottostare al giuramento, ma le dette proprio perché, nel frattempo, aveva vinto una cattedra al King’s College). Ma non è ora il caso di continuare in questa disamina eccessivamente minuta (che il lettore interessato troverà nei “Filosofi antifascisti” già ricordato).
Ma allora come orientarsi in questa selva di nomi, la quale sembra crescere per ogni dove? Avendo, appunto, la virtù di considerare il singolo albero, senza tuttavia perdere mai di vista l’intera foresta. Senza quindi cadere nella trappola della burocrazia che cerca di disciplinare – appunto, burocraticamente – qualcosa che, invece, esula dall’esangue universo della mentalità burocratica. Il che ci consente anche di comprendere come la precedente considerazione di De Felice nasca da una precisa volontà storiografica (assai discutibile): ovvero quella di minimizzare il valore e il significato di quanto accaduto nel 1931. Anche perché in quello stesso preciso contesto storico e politico due forze pur opposte, ma tuttavia convergenti nel difendere una loro visione totalitaria della vita, come la Chiesa cattolica e il Partito comunista togliattiano, giunsero, de facto, a sostenere la medesima posizione nei confronti del giuramento imposto dal fascismo ai docenti universitari. La Chiesa cattolica – soprattutto grazie all’opera di Gemelli e del Pontefice Pio XI – pubblicò infatti sull’Osservatore romano un comunicato semi-ufficiale in cui si ricordava ai docenti cattolici che “al Governo dello Stato si deve secondo i principi cattolici fedeltà e obbedienza” e pertanto si invitavano i docenti cattolici a giurare fedeltà al Regime fascista (presentato con la foglia di fico del legittimo “Governo dello Stato”). Di contro anche il Partito comunista clandestino invitò i propri iscritti a prestare il giuramento al fascismo, onde poter mantenere la presenza di questi stessi docenti all’interno delle università fascistizzate. Ma in entrambi i casi è evidente che se si giura non credendo a quanto si giura si commette un autentico spergiuro. Un giuramento fatto “con una riserva mentale” costituisce, di per sé, un atto decisamente contrario alla morale, ovvero un atto immorale.
Dunque proprio il valore morale e civile del rifiuto del giuramento al Regime fascista costituisce la bussola che deve guidarci nel valutare questa vicenda storica senza cadere né nelle trappole della burocrazia, né in quelle di chi vuole marginalizzare questo episodio, né, infine, in quelle di chi vuol ingannare con uno pseudo-conteggio (ammoniva già Bloch: “non numerantur, sed ponderantur”) che perde di vista il preciso significato di questa scelta. Orbene, come ebbe ad osservare anche Umberto Eco, questa pagina della storia dell’università italiana è una pagina decisamente “umiliante”. Ed è umiliante proprio perché sui circa 1200 docenti in servizio allora nelle università pubbliche solo una dozzina di uomini ebbero la dignità, morale e civile, di rifiutare il giuramento imposto dal fascismo, difendendo così la libertà della ricerca come un elemento costitutivo ed irrinunciabile del mondo universitario. Senza questo elemento le università perdono infatti il loro stesso significato civile, morale, educativo e scientifico. Il che spiega, allora, perché, per ben 85 anni, nessuna università italiana – dico nessuna università italiana – abbia mai avuto il coraggio di ricordare quanto è successo nel 1931 (e non nel 1925, nel 1932, nel 1933 o nel 1934!), quando solo l’1% dei docenti ebbe lo straordinario coraggio civile di difendere la libertà di ricerca delle università.
Perché i nomi di questi dodici docenti non sono stati scolpiti nelle mura di tutte le università come aveva proposto Ignazio Silone negli anni Sessanta? Perché si è lasciata cadere nel vuoto questa sua proposta?
A fronte di queste domande il sofistico serpeggiare delle considerazioni del “padron nostro colendissimo” non menoma il fatto che, dopo 85 anni, la prima ed unica università che ricordi ora sulle pareti di una propria Aula Magna il nome di questi magnifici dodici docenti sia proprio solo ed unicamente l’Università degli Studi dell’Insubria di Varese (infatti la pur apprezzabile targa dell’ateneo di Torino ricorda unicamente i suoi tre docenti antifascisti). Dopo la caduta del fascismo Vittorio Emanuele Orlando il quale, come si è visto, scelse di andare in pensione prima del giuramento, si rivolse ad Edoardo Ruffini – uno dei “Signori del NO” – dicendogli con enfasi: “noi che abbiamo rifiutato il giuramento…”. Ruffini lo bloccò immediatamente osservando: “credo che tra la sua richiesta di pensionamento e il rifiuto del giuramento vi sia una differenza…”. Una differenza invero decisiva, che deve quindi essere sempre tenuta presente perché una persona dimostra il suo valore civile e anche il suo carattere solo se in certe situazioni sa dire di No e il suo No è irremovibile. E deve saperlo fare anche contro tutti i sofismi di chi vuol ingarbugliare i fatti per cercare di inchiodarci ai singoli alberi, facendoci perdere di vista la foresta che, in questo caso, è la sterminata foresta dei docenti che si piegarono, con viltà ed immoralità civile, al giuramento fascista. I fascisti stessi lo sapevano bene e, non a caso, parlavano di questo giuramento dicendo che era un “sublimato all’un per mille”. Dodici furono dunque i professori che non giurarono fedeltà al fascismo – anche secondo la relazione del ministro del tempo presentata al Governo di Mussolini –a fronte dei quali i fascisti così commentavano: “sinceramente vorremmo che fossero altrettanto i malati in confronto ai sani, i rachitici in confronto con i fisicamente robusti, i deficienti in confronto con gli intelligenti”. Il beffardo disprezzo con cui si esprimevano i fascisti ha evidentemente, ancora qualcosa da insegnare ai “padroni colendissimi”, giacché anche Kant ricordava che il valore di una vita risiede nelle azioni e a questo proposito non ci risulta che i “padroni colendissimi” abbiano mai fatto apporre nelle loro università di “servizio” alcuna targa in ricordo dei magnifici 12 docenti antifascisti. Per il resto non posso che ripetere, con Goethe, che se la balena ha i suoi pidocchi, anch’io debbo sopportare i miei…
Fabio Minazzi



Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.