I trail del Campo dei Fiori: una risorsa e un patrimonio da riconoscere, non un problema
5 Marzo 2026
Gentile Redazione di VareseNews,
sono un cittadino di Varese, cresciuto tra i sentieri e i boschi del Campo dei Fiori, e da sempre amante degli sport outdoor, in particolare della mountain bike enduro.
Il Campo dei Fiori per me non è solo un luogo: è casa. È il posto dove ho imparato a conoscere la fatica, il rispetto per la natura, il valore della condivisione. È il rumore delle ruote sulla terra bagnata, l’odore del bosco dopo la pioggia, le salite fatte con il cuore in gola e le discese che ti insegnano fiducia e controllo. È una parte della mia storia, come lo è per tanti altri ragazzi e adulti che lì sono cresciuti.
Le prime volte in cui ci lanciavamo in discesa tra quegli alberi, con le nostre bici assemblate con componenti di fortuna, che rimbalzavano sulle radici e affondavano nella terra smossa, quei sentieri non avevano ancora un nome. Non esistevano “Cubana” o “Brasiliana” ed eravamo in pochi a conoscerli davvero. Non c’erano strutture definite, solo linee intuite nel terreno, scelte curva dopo curva, tracciate dalla passione e dalla voglia di migliorarsi.
Negli anni ho visto nascere qualcosa di autentico. Una comunità fatta di giovani del posto che, con passione e senso di responsabilità, hanno dedicato tempo ed energie alla cura dei sentieri.
Trail come “La Cubana” e “La Brasiliana” non sono semplici percorsi tracciati nel bosco: sono il risultato di giornate di lavoro silenzioso, di mani sporche di terra, di attenzione ai dettagli. Sono cresciuti insieme a noi. Sono stati costruiti utilizzando esclusivamente ciò che il bosco e la montagna offrono, terra, legno e pietre, integrandosi nel contesto senza snaturarlo.
Oggi, in seguito a un infortunio e ad altre ragioni di carattere idrogeologico che faccio fatica a collegare a trail che non modificano in modo sostanziale la morfologia del terreno, si parla di smantellarli perché “non autorizzati”. Comprendo il tema della sicurezza e il peso delle responsabilità degli enti pubblici. Ma ciò che si fatica ad accettare è la sensazione che si voglia cancellare, con un atto drastico, anni di impegno, passione e appartenenza.
Ogni fine settimana il Campo dei Fiori richiama ciclisti da tutta la provincia e anche da fuori regione. Non sono persone che vogliono “consumare” il bosco, ma viverlo con rispetto. La loro presenza significa indotto per bar, ristoranti e negozi, significa visibilità positiva per il nostro territorio, significa presidio attivo dei sentieri. Un bosco frequentato in modo consapevole è un bosco vivo. Eliminare questi percorsi non fermerà la pratica della disciplina: la mountain bike non scomparirà per decreto. Rischierà invece di spostarsi verso linee improvvisate, meno curate e meno sicure, prive di manutenzione e di quel senso di responsabilità condivisa che oggi esiste proprio perché quei trail hanno una storia e una comunità alle spalle.
Proprio per questo, forse, questo momento potrebbe diventare un’opportunità. Invece di cancellare, si potrebbe riconoscere e regolamentare. Avviare un dialogo concreto tra appassionati, associazioni, Comuni ed Ente Parco per definire regole chiare, criteri di sicurezza, modalità di manutenzione e assunzione di responsabilità. In molte realtà italiane ed europee la collaborazione tra rider e istituzioni ha trasformato percorsi nati spontaneamente in trail ufficiali, sicuri e sostenibili, capaci di generare valore sportivo, sociale ed economico. Anche qui si potrebbe scegliere questa strada: non quella del divieto, ma quella della gestione condivisa.
Il Campo dei Fiori è casa nostra. Chi lo vive in sella a una mountain bike non lo considera un parco giochi, ma un patrimonio da rispettare e custodire. Prima di cancellare, chiediamo di ascoltare. Prima di vietare, di dialogare. Perché qui non si difendono solo dei trail: si difende un pezzo della nostra identità e della nostra comunità.
Con rispetto,
Alessandro De Dionigi
Varese




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