Il dovere di rispondere. Lettera aperta ai miei concittadini di Venegono Superiore
22 Luglio 2026
C’è una piazza, in questo paese, che porta il nome di un maestro elementare.
Si chiamava Matteo Mauceri. Era venuto dalla Sicilia a insegnare ai figli dei contadini e degli operai del Seprio. Era un antifascista quando esserlo costava caro. Il 25 aprile 1945, il giorno stesso della Liberazione, il Comitato di Liberazione Nazionale lo volle sindaco di Venegono. Non fece in tempo a esserlo: morì quel giorno, per un colpo di fucile. Il paese, per non dimenticare, diede il suo nome alla piazza del Municipio.
Suo figlio Gianfranco aveva diciannove anni. Studente, radiotelegrafista della Brigata Battisti, nome di battaglia Brambillino. Cadde sul Monte Zeda il 16 giugno 1944, un anno prima del padre. Diede alla Repubblica che ancora non esisteva l’unica cosa che possedeva: la vita.
Quella generazione non morì per la destra né per la sinistra. Morì perché in questo paese ci fosse, un giorno, un’amministrazione degna di questo nome. Un Comune che sapesse fare il Comune. Io scrivo perché quel Comune, oggi, non c’è. E lo scrivo sapendo che le parole vere costano, e che il silenzio costa di più.
Scrivo da Monterosso. Qui le case hanno i giardini, e in paese si pensa che chi ha un giardino non abbia bisogno di niente. Non è vero. Anche qui la sera si spengono le luci, si chiudono le persiane, e si aspetta, come dappertutto, che il Comune si ricordi di noi. Su questa collina visse Kurt Caesar, un artista che appartiene alla storia di questo paese. Ed è una collina dimenticata. Via del Fante è ancora una strada bianca. Su quella strada si spendono, anno dopo anno, i soldi di tutti noi: un rappezzo oggi, un rappezzo domani, lavori che durano una stagione e poi si ricomincia da capo. Non chiamatelo risparmio. È lo spreco più costoso che esista: quello che si ripete. Chi sa amministrare fa una cosa sola, la fa bene, e non ci torna più. Chi non sa amministrare ci torna ogni anno, e ogni anno paga con denaro nostro il proprio non sapere.
E sia chiaro davanti a tutti: non chiedo un privilegio per la nostra via. Chiedo l’opposto. Chiedo che ogni via, ogni quartiere, ogni cittadino di questo paese, da Monterosso a Pianbosco, riceva ciò che gli spetta: manutenzione, decoro, sicurezza, risposte. Il bene comune o è di tutti o è di nessuno.
Ma le strade sono il sintomo. La malattia ha un nome antico: è morta la responsabilità, e al suo posto si è insediato il posto. Il posto da occupare. Il posto da difendere. Il posto come unica ragione per stare lì. Non c’è più destra, non c’è più sinistra. C’è chi amministra e c’è chi occupa. C’è chi tiene vivo e pulito il paese e chi lo lascia spegnersi. C’è chi veglia sulla sicurezza di tutti e chi veglia soltanto sulla propria poltrona. C’è chi risponde ai cittadini, che hanno il diritto, non il favore, di interrogare le proprie istituzioni. E c’è chi tace.
I fatti non hanno tessera di partito, e li elenco perché restino agli atti. Tre segretari comunali dimessi in un anno. Tre responsabili andati via. L’ufficio dei servizi alla persona affidato a scavalco a una dipendente di un altro Comune. E poi il dettaglio che da solo vale un processo: in questo paese vivono famiglie che attendono risposta a PEC inviate un anno fa, due anni fa. Cittadini che scrivono agli indirizzi istituzionali e si vedono restituire un messaggio di errore, perché le caselle dei dipendenti dimissionari sono state cancellate e nessuno ha ritenuto di doverlo dire alla cittadinanza. Provateci voi. Scrivete al vostro Comune e ricevete in cambio un errore di sistema. Fatelo: capirete subito come stanno le cose. Un Comune che spegne le proprie caselle di posta senza avvertire i cittadini non li considera più interlocutori. Li considera un fastidio.
E una parola la voglio spendere, aperta e chiara, sull’ufficio che conta più di tutti: i Servizi Sociali. Ascoltate il nome. Servizi: perché servono, non perché si fanno servire. Sociali: perché appartengono alla società intera, ai più deboli prima che a chiunque altro. Un ufficio che porta questo nome ha un solo dovere che viene prima di ogni altro: rispondere. Rispondere all’anziano rimasto solo. Rispondere alla famiglia che porta un peso che non ha scelto. Rispondere a chi bussa perché non sa più a chi bussare. Un Servizio Sociale che non risponde nega sé stesso due volte: non serve, e non è sociale. Resta soltanto un ufficio chiuso, in una piazza che porta il nome di un uomo che per servire questo paese ha dato la vita.
E ora viene agosto. Il sindaco andrà in ferie, la giunta andrà in ferie, gli assessori riposeranno. Sta bene: il riposo è un diritto di chi lavora. Ma le famiglie che attendono non hanno ferie dall’attesa. C’è chi la sera chiuderà l’ombrellone, sereno. E c’è chi sotto quell’ombrellone aprirà ancora una volta la PEC, sperando in una risposta che non arriva da due anni. Le pratiche ferme restano ferme sotto il sole di agosto come sotto la pioggia di novembre. Qui sta la differenza tra chi governa e chi occupa: chi governa non parte finché l’ultimo dei suoi cittadini non ha avuto risposta.
Quando un professionista se ne va, può essere un caso. Quando in otto mesi se ne vanno otto, è una sentenza. La più severa che un’amministrazione possa ricevere: pronunciata da chi la conosceva da dentro e ha scelto di andarsene. Alle persone perbene che restano, e ce ne sono, e le ringrazio una per una, va il mio rispetto: tengono in piedi la casa comune a mani nude. Ma un ente non si regge sull’eroismo dei superstiti. Si regge sulla competenza. E la competenza non si improvvisa, non si eredita con la fascia, non si conquista con i voti: o c’è, o non c’è. Qui non c’è.
Non è una questione politica. È una questione etica, e chiedo che ciascuno la guardi in faccia. C’è chi governa bene e risponde dei propri atti. C’è chi amministra male e accusa gli altri: il governo, la Regione, i concorsi, la sorte, i predecessori. La colpa altrui è l’ultimo rifugio di chi non ha risultati propri. Un uomo libero non lo abita.
Concittadini: non accontentatevi del rimpallo tra maggioranza e opposizione. È il teatrino con cui l’incapacità si traveste da dibattito. Voi pagate le tasse ogni giorno. Voi finanziate questa macchina ogni giorno. Vostro è dunque il diritto di pretendere risposte chiare e ferme. Non promesse. Non comunicati. Non riorganizzazioni annunciate. Risposte protocollate, con una data e una firma. Vogliamo delle risposte. Le vogliamo per iscritto. E le vogliamo adesso.
E lo dico subito, perché nessuno si faccia illusioni: non concederò interviste. Non cerco telecamere, non cerco microfoni, non cerco poltrone. A chi verrà a chiedermi un commento risponderò che ho già detto tutto, e che ho firmato. Chi vuole capire, rilegga. Non sono in vendita io, e non è in vendita questa lettera: non è il primo capitolo di una carriera, è l’ultimo avviso di un cittadino. Le domande non le dovete fare a me. Fatele a chi non risponde da due anni. Io il mio dovere l’ho fatto: ho parlato. Adesso tocca a loro.
E a chiunque governerà, questi o altri, di qualunque colore, lascio detto questo: la piazza su cui affaccia il vostro ufficio vi guarda. Porta il nome di un uomo che per fare il sindaco di questo paese è morto il giorno stesso della nomina. Potete ignorare me: sono un cittadino tra i cittadini. Ma non potrete ignorare per sempre un intero paese che chiede conto. Onorare quel nome non costa una targa. Costa essere all’altezza.
I morti non chiedono fiori. Chiedono che si risponda alle domande dei vivi. Punto.
Emanuele Nicora – Cittadino di Monterosso, Venegono Superiore





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