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IL rituale barbaro dell’abbandono dei cani e la storia di Attila

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30 Luglio 2005

Egregio Direttore,
con l’arrivo delle ferie assisteremo come di consueto al rituale barbaro dell’abbandono dei cani per le strade.
Non voglio lanciare anatemi, non serve e non ne ho titolo; vorrei solo raccontare l’incontro fra me e Attila, un trovatello e mio attuale migliore amico.
Atttila è un cane fiero e orgoglioso, con magnifici occhi di tigre e tanto giocherellone con chi conosce, ma ancora diffidente con chi incautamente gli impone le sue carezze ignorando il suo triste passato.
Ci siamo incontrati in una giornata piovosa, l’ho notato sul ciglio della strada con una corda al collo mordicchiata e gli occhi impauriti.
Impossibile stabilire un contatto, era terrorizzato e solo grazie alla mobilitazione di ben due pattuglie di vigili urbani da me pregate di intervenire, sono riuscita a caricarlo sulla mia auto sempre stando ben attenta a non toccarlo; mi guardava con gli occhi sbarrati come a supplicarmi di non costringerlo a difendersi.
Io ho rispettato la sua paura e non potendo accoglierlo subito in casa mia l’ho sistemato presso un veterinario di fiducia in attesa di trovargli una sistemazione.
Attila era smagrito e malato, aveva bisogno di cure ma curarlo era impossibile: nessuno poteva toccarlo, nemmeno io che per una settimana mi dedicai a farlo camminare per il cortile del veterinario tenendolo per la lunga corda poichè a causa probabilmente di una vita grama si reggeva a stento sulle gambe posteriori.
Si poneva però il problema di che fare di questo cane che nemmeno il canile poteva ricoverare perchè era impossibile visitarlo e quindi accoglierlo in una struttura con altri animali; lo stesso veterinario mi avvertì che non poteva più ospitarlo e io non sapevo che fare, in una settimana Attila non si era fatto fare una sola carezza neppure da me
Si profilava dunque l’orribile prospettiva di sopprimerlo e io non mi rassegnavo.
Una sera io e il veterinario parlavamo del suo destino, delle nostre preoccupazioni, di quel collare troppo stretto che lo soffocava e gli aveva strappato il pelo, del deperimento a cui non potevano porre rimedio, del fatto che nessuno avrebbe potuto accoglielo e ad un certo punto successe un fatto incredibile quanto inatteso: Attila si infilò sotto la mia sedia in segno di sottomissione quasi avesse capito le parole che noi pronunciavamo.
Allora gli feci una timida carezza e lui restò immobile, poi si sdraiò ai miei piedi e io gli sfilai quell’orrendo collare di metallo che gli aveva quasi scorticato il collo.
Non so se avesse capito le parole, il tono della voce, non so cosa fosse successo nella sua testa, ma da quel momento Attila riprovò a fidarsi degli esseri umani e oggi, dopo dodici anni è un cane allegro e pieno di vitalità, un po’ tiranno ma tanto affettuoso.
Attila è stato fortunato e io a incontrarlo forse più di lui, facciamo che la fortuna non debba servire a un cane per poter sopravvivere.

Roberta Lattuada

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