In ricordo della dottoressa Onolfo
10 Luglio 2026
Quando ho saputo della tua morte stavo ascoltando la musica. L’ho spenta senza pensarci. Mi sono fermata. E, all’improvviso, ho sentito tutta la fragilità delle cose. Per un istante mi è mancata l’aria.
Ci siamo conosciute tra i corridoi dell’ospedale. Abbiamo lavorato insieme tante volte. Oggi la tua assenza si sente ovunque.
L’ospedale ha continuato a vivere come ogni giorno. Le porte si sono aperte, i telefoni hanno squillato, le urgenze sono arrivate, i pazienti hanno avuto bisogno di cure. I turni non si sono fermati. Nessuno ha potuto davvero fermarsi.
Eppure, dentro quel movimento incessante, qualcosa si era spezzato.
Negli spogliatoi ho visto occhi lucidi, lacrime asciugate in fretta, sguardi abbassati. Ho sentito parole pronunciate a mezza voce e silenzi più pesanti di qualsiasi discorso. Ognuno ha indossato la propria divisa ed è tornato al proprio posto, portandosi dentro un dolore che non aveva il tempo di mostrare.
È questo che mi ha colpita più di tutto: fuori tutto continuava, dentro molti di noi si erano fermati.
Non ti conoscevo così profondamente da poter raccontare la tua vita, ma abbastanza da aver percepito la forza, la determinazione e la luce che portavi con te.
Eri una donna semplice, ma piena di vita. Una di quelle persone che riescono a illuminare una stanza con la sola presenza, senza bisogno di alzare la voce o di mettersi al centro.
Forse è proprio questo che oggi faccio più fatica ad accettare: tu eri piena di vita. Una vita che sembrava inesauribile, capace di travolgere chiunque ti stesse accanto. Alcune persone portano dentro un’energia così intensa che, senza accorgercene, finiamo per credere che durerà per sempre.
Avevi una bontà d’animo rara ed eri pronta ad aiutare, nel lavoro e anche senza divisa. Amavi con tutta te stessa, senza risparmiarti, con quella generosità che appartiene soltanto a chi sceglie di donarsi davvero agli altri.
Non so se sapessi quanto spazio occupassi nella vita delle persone che ti circondavano. Forse nemmeno noi ce ne siamo accorti fino a oggi.
Non lasciavi che fosse la paura a guidarti e, forse, avevi capito qualcosa che molti di noi dimenticano: che la vita inizia proprio dove finisce la paura.
Oggi, però, il dolore che hai lasciato mi ha costretta a fermarmi.
Passiamo il tempo a rimandare: la felicità a quando staremo meglio, i sogni a un domani che immaginiamo lontano, le parole importanti a un’altra occasione, convinti di avere ancora tempo.
Lo sapevi, mentre vivevi così intensamente, quanto bene seminavi intorno a te?
Chissà se immaginavi il silenzio che avresti lasciato oggi, nei corridoi, negli spogliatoi e negli occhi lucidi di chi ha condiviso con te un tratto di strada.
Il mio dolore è soltanto un granello di sabbia accanto a quello di chi ti ha amata ogni giorno. Ma quel granello esiste. È la misura del segno che hai lasciato anche in chi, come me, ha avuto la fortuna di incontrarti.
Oggi l’ospedale ha continuato a vivere. Le urgenze non si sono fermate, i pazienti hanno continuato ad arrivare e i turni sono andati avanti.
Eppure, tra quei corridoi e quegli spogliatoi, qualcosa mancava.
Per molte persone, oggi, il tempo si è fermato.
Un’infermiera del Pronto Soccorso di Gallarate



Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.