L’8 marzo 1972 la prima manifestazione femminista. Ne abbiamo ancora bisogno
9 Marzo 2026
Decine di migliaia di donne sfilarono per le strade di Roma fino a raggiungere Campo de’ Fiori. Un luogo simbolo, l’unica piazza senza una chiesa e dove si erge il monumento a Giordano Bruno, arso vivo per volere della Santa Inquisizione. Era la prima volta che accadeva in Italia, la prima manifestazione femminista, l’8 Marzo 1972. Gli slogan scanditi e scritti sui cartelli erano di grande impatto e rivelavano una parte sconosciuta alla gran parte degli Italiani. L’”Altra metà del cielo” si definivano. “Partoriamo idee, non solo figli”, “Il matrimonio non è una carriera”, “Il matrimonio è prostituzione legalizzata”, “Legalizzazione dell’aborto”, “Liberazione sessuale”.
Slogan quasi innocenti, rispetto ai linguaggi volgari di oggi, ma tali da suscitare commenti per niente benevoli , un po’ stupiti e scandalizzati di chi assisteva al passaggio di quella fiumana di donne. C’era anche Jane Fonda, l’attrice americana paladina dei diritti civili e di genere, oggetto nel suo paese di aspre polemiche per l’impegno contro la guerra del Vietnam.
Ma non appena le manifestanti iniziarono a girare intorno alla statua di Giordano Bruno vennero circondate dalla polizia, mandata in forze a presidiare la piazza. Le cose presero subito una brutta piega, quando una bambina alzò il braccio con il pugno e strillò con la sua vocetta: “Via via la polizia”. A questo punto un commissario in borghese diede l’ordine di caricare, gli agenti si avventarono sulle manifestanti, colpite con manganellate, spinte e pugni. Molte vennero ferite, alcune finirono all’ospedale, finché la folla venne dispersa e la piazza sgomberata.
Il paese stava vivendo una fase di transizione: l’onda lunga del Sessantotto e dell’Autunno caldo non si era esaurita, nonostante le bombe fasciste e la strategia dello stragismo, ma l’apparire del movimento femminista costituì allora uno degli effetti più dirompenti tra i fermenti sociali di allora.
Dopo i lungi anni del fascismo che aveva promosso l’ideologia che attribuiva alla donna il dovere
della procreazione e l’aveva relegata al lavoro donna di casa col compito di accudire i tanti figli,
possibilmente maschi, che avrebbero dovuto formare i venti milioni di baionette; e dopo il lungo
periodo ottusamente conformista del potere democristiano e clericale che confermò di fatto le leggi
che sottoponevano le donne alle scelte dei padri e dei mariti, basti pensare all’art.587 del Codice
penale che prevedeva la riduzione di un terzo della pena a chi commetteva un delitto d’onore;
nonostante fossero sempre tanti, troppi, coloro che testardamente cercavano di opporsi ai
cambiamenti, in politica, nella società, nei costumi, il vento dell’emancipazione cominciò a soffiare
nei primi anni Settanta.
Sarebbe stato l’esito del referendum antidivorzista nel 1974 a porre fine alle ottuse velleità di
quell’Italia retrograda e rancorosa, nonostante non fosse stata ancora del tutto digerita
l’approvazione della legge sul divorzio, come il quotidiano ultraconservatore di Roma, Il tempo,
che scriveva con espressioni di rassegnato sconforto: “ Di questo passo dove andremo a finire, ci
vorrebbero i colonnelli anche da noi, come in Grecia”.
Nel 1975 sarebbe stata poi la volta della riforma del Diritto di famiglia che considerò legittimi i figli
nati fuori del matrimonio e l’adulterio del marito causa plausibile per la separazione. E, quattro
anni dopo, nel 1978, sarebbe stata approvata la legge 198, che, ancora tra le molte resistenze,
legalizzava l’aborto, l’interruzione volontaria della gravidanza per motivi personali. Le leggi si
stavano cioè adattando, pur lentamente, ai mutamenti della società e del costume, coi flussi e riflussi
che ciò comporta.., Sembra quasi un paradosso ad esempio che la legge per abolire il cosiddetto
matrimonio riparatore e il delitto d’onore arrivasse solo nel 1981: prima uno stupratore poteva
sposare la sua vittima, concedendole così di mantenere una “reputazione dignitosa”.
Da quella prima grande manifestazione del 1972 e dalle riforme degli anni Settanta sono passati più
di cinquant’anni, e se gli obiettivi conquistati dalle donne sono stati grandi, il percorso verso la
parità è ancora lungo. Nel mondo del lavoro c’è ancora una grande differenza nella percentuale del
lavoro femminile rispetto a quello maschile, tanto che l’Ispettorato del lavoro ha denunciato che nel
corso dell’ultimo anno sono state quasi 38.000 le donne costrette ad abbandonare il proprio posto di
lavoro a causa dell’impossibilità di conciliare la vita lavorativa con quella familiare. E nella realtà
quotidiana i fenomeni di violenza, fisica, psicologica e verbale, sono sempre più ampiamente
diffusi, al punto che circa il 32% delle donne testimonia di esserne stata vittima, nonostante
tantissimi episodi non vengano denunciati.
Così oggi, in un mondo in cui infuriano le guerre scatenate da Trump e Netanyahu in Iran, da Putin
in Ucraina, ancora da Netanyahu a Gaza e in Cisgiordania, e, per estensione, un po’ in tutto un
mondo ormai in via di conversione verso il predominio della legge del più forte e dell’uso delle
armi, è stato un piccolo sollievo leggere che ampio spazio è stato dedicato dalla stampa che leggo
all’8 Marzo, la giornata dedicata alla donna. Una giornata che, nella deriva odierna di rovine e di
morte sembra, essere quasi un paradosso, mentre invece dovrebbe essere giorno simbolo della pace
e dell’emancipazione. E della vita, perché per sua natura la donna è creatrice di vita.
Invece. Invece magari ci sono donne che ce l’hanno fatta, delle underdogs come si autodefiniscono,
che sono salite ai vertici, e si dimenticano di essere donne, si fanno chiamare “il presidente” e si
identificano coi più frustri valori patriarcali. E di fronte ad una guerra di aggressione che semina
morte soprattutto tra bambini e donne indifese, non trova di meglio di affermare saccente “non
condivido e non condanno”.
Ennio Melandri, Gallarate



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