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La cultura e lo stufato irlandese

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15 Marzo 2010

 Caro Direttore,
mi ha molto interessato il tuo editoriale su cultura e pasticcini e avrei voluto intervenire d’acchito. Purtroppo non ho avuto e non ho molto tempo: per cui, come feci qualche tempo fa a proposito della querelle Chiara/Morselli, ricorrerei ad una lunga – e credo divertente – citazione che riassume un pochino il mio pensiero e, in parte, problematizza alcune delle tue riflessioni.

I tre uomini in barca di Jerome (con il loro cagnolino Montmorency) si apprestano a cucinare uno splendido stufato irlandese:
"George trovò assolutamente assurdo fare lo stufato con quattro patate sole e noi ne lavammo una mezza dozzina ancora e le mettemmo in pentola senza pelarle. Aggiungemmo un cavolo e circa due chili di piselli. George rimestò il tutto e poi disse che c’era ancora spazio nella pentola, perciò noi rovistammo a fondo nelle due ceste e aggiungemmo allo stufato tutti i pezzettini, i resti, e i rifiuti che vennero fuori. C’erano rimasti ancora mezzo polpettone di carne di maiale, un po’ di lardo lessato e freddo e infilammo tutto dentro. George scoprì inoltre una mezza lattina di salmone e vuotò anche il contenuto di quella nella pentola.
Disse che appunto in ciò consisteva la bellezza dello stufato irlandese: ci si libera di tutta la roba vecchia. Pescai ancora, e trovai due uova incrinate, e dentro anche quelle. George ci assicurò che così l’intingolo sarebbe venuto più denso.
Ora non mi ricordo tutti gli altri ingredienti ma vi posso assicurare che nulla fu sciupato; e verso la fine Montmorency, che era stato attentissimo a tutto il procedimento, si allontanò con un’aria molto seria e pensierosa e poi riapparve, qualche minuto dopo, con un topo di fogna morto in bocca che, evidentemente, voleva offrire come suo contributo al pranzo; se l’abbia fatto con intento sarcastico oppure obbedendo a un generico desiderio di collaborare, non saprei dirlo.
Non discutemmo la convenienza di metter dentro il topo; Harris era del parere che ci sarebbe stato benissimo, perché si sarebbe mischiato con le altre cose e le avrebbe migliorate. Ma George fece appello ai precedenti. Disse che non si ricordava che nello stufato all’irlandese c’entrassero anche i topi di fogna e che quindi preferiva andare sul sicuro, mantenendosi sulla vecchia e provata ricetta, senza introdurre novità".
(J.K. Jerome, Tre uomini in barca).

Quante metafore calzanti: sulla natura degli ingredienti, sulla loro qualità e quantità (splendido "c’era ancora spazio nella pentola"). Ma commento solo il finale.
George, nel brano, è – potremmo dire – il "grande direttore d’orchestra", di cui parli tu, "che sa valorizzare tutta la bravura di ogni solista".
Ecco: da un lato allora, con gli amici cortisonici, rinnovo la domanda su quale soggetto debba (ma più che altra possa) assumere questo ruolo, e con quali prerogative; al contempo, mi chiedo se – in un approccio che di principio si astenga da qualsiasi valutazione di natura simpatetica tra gli ingredienti (leggi, nel nostro caso, "direzione artistica"), perchè questo è il senso dello stufato – abbia un fondamento, e se sì quale, l’esclusione del topo di fogna proposto da Montmorency. Forse la necessità di "mantenersi sulla vecchia e provata ricetta, senza introdurre novità? Prosegue Jerome: "Ma se non si provano le novità, come si può dire come sono? I tipi come te ritardano il progresso. Pensa un po’, invece, a quelli che sperimentarono per primi le salsicce viennesi".

E conclude:
"Lo stufato all’irlandese fu una vera cannonata e devo dire che mai avevo mangiato altro con egual piacere. Aveva in se qualcosa di fresco e di piccante. Si sa che il nostro palato si stanca della solita zuppa di tutti i giorni, e invece questo era un piatto di fragranza nuova e di un sapore che non ne ricordava nessun altro al mondo".

Ma la vera domanda è: tu lo assaggeresti?

Adriano Gallina

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