Lettera aperta di un frontaliere sulla tassa sulla salute
3 Luglio 2026
Egregio Assessore Sertori,
scrivo in qualità di lavoratore frontaliere, direttamente interessato dalla cosiddetta “tassa sulla salute” che Regione Lombardia intende applicare ai frontalieri che lavorano in Svizzera.
Le scrivo senza giri di parole: questa misura è ingiusta, politicamente miope e profondamente lesiva del rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini frontalieri.
Non si tratta di un capriccio, né di una semplice contestazione “di pancia”. Si tratta della ferma opposizione a un prelievo che arriva dopo anni di accordi, trattative, rinnovi e rassicurazioni, e che ora viene presentato come se fosse una normale misura tecnica.
Non lo è.
Il punto non è la retroattività. Il punto non è discutere se il contributo debba partire dal 2026, dal 2027 o da altra data. Il punto è molto più semplice: per i cosiddetti “vecchi frontalieri” il principio pattuito è quello dell’imposizione in Svizzera, non in Italia.
Se l’Italia, la Lombardia o chiunque altro intendevano modificare questo equilibrio, avrebbero dovuto farlo apertamente al momento della firma e del rinnovo degli accordi. Non lo hanno fatto. Ora non possono pensare di introdurre un prelievo aggiuntivo, chiamarlo “contributo sanitario” e pretendere che nessuno veda la sostanza dell’operazione.
I frontalieri non sono una voce di bilancio da aprire a piacimento quando servono risorse. Non sono un bancomat politico. Non sono lavoratori di serie B da colpire perché fiscalmente comodi, territorialmente periferici e politicamente ritenuti sacrificabili.
La questione non è se il contributo debba essere del 3%, del 4%, del 6%, retroattivo o non retroattivo. La questione è che questo contributo non deve esistere.
Leggo sulla stampa che Lei si dice disponibile a discutere, ma “non sotto la minaccia del blocco” dei ristorni. Mi permetta una risposta altrettanto chiara: dal punto di vista dei frontalieri, il blocco parziale dei ristorni deciso dal Ticino non è una minaccia, ma il segnale concreto che questa vicenda ha superato il limite della normale dialettica politica.
La preoccupazione politica è comprensibile, ma non può diventare uno schermo dietro cui nascondere l’evidente ipocrisia di questa misura. Si pretende di presentare il contributo come qualcosa fatto “anche a beneficio dei frontalieri e delle loro famiglie”, quando nella realtà si sta tentando di far pagare a una categoria specifica di lavoratori un problema strutturale della sanità lombarda.
Secondo quanto riportato da RSI, il Governo ticinese ha deciso di sospendere il versamento all’Italia di circa metà dei ristorni sulle imposte pagate dai frontalieri, congelando circa 50 milioni di franchi che non saranno versati a Roma né redistribuiti ai Comuni italiani di confine. Sempre secondo RSI, oggetto del contendere è proprio la volontà italiana di introdurre la “tassa sulla salute”, ritenuta dal Ticino una violazione degli accordi italo-svizzeri e una forma di doppia imposizione fiscale.
Questo dovrebbe far riflettere seriamente Regione Lombardia.
Il messaggio che arriva dal Ticino è chiarissimo: se si modificano unilateralmente gli equilibri pattuiti, anche l’altra parte reagisce. E noi frontalieri non intendiamo restare spettatori passivi mentre si prova a riscrivere, a nostro danno, il quadro sostanziale degli accordi.
Il caso concreto dimostra poi, in modo ancora più evidente, quanto questa norma sia stata costruita male.
Nel mio caso personale, ad esempio, oltre al reddito da lavoro frontaliere percepisco anche redditi in Italia, sui quali pago regolarmente le imposte dovute in Italia. Mia moglie lavora in Italia e paga anch’essa regolarmente l’IRPEF in Italia. Il nostro nucleo familiare, quindi, contribuisce già al finanziamento del sistema pubblico italiano attraverso la fiscalità ordinaria sui redditi prodotti in Italia.
Eppure Regione Lombardia vorrebbe applicare anche a me un ulteriore contributo sul reddito da lavoro prodotto in Svizzera, giustificandolo con il fatto che anche la mia famiglia sarebbe coperta dal Servizio sanitario nazionale.
Questo è il punto: la vostra giustificazione non regge.
Se affermate che il contributo è dovuto perché la famiglia del frontaliere beneficia della sanità italiana, allora dovete spiegare perché trattate allo stesso modo situazioni familiari completamente diverse.
Perché dovrei essere posto sullo stesso piano di un nucleo familiare in cui nessun altro componente produce redditi imponibili in Italia?
Perché il reddito italiano di mia moglie, già soggetto a tassazione italiana, non viene considerato?
Perché i miei eventuali redditi italiani, già tassati in Italia, non vengono considerati?
Perché la norma non distingue tra chi già contribuisce al sistema fiscale italiano attraverso altri redditi familiari e chi, invece, eventualmente non lo fa?
Questa non è equità. È una norma scritta con l’accetta.
Ed è difficile pensare che non ve ne siate accorti.
Avete costruito una misura che colpisce una categoria in blocco, senza guardare alla reale situazione fiscale dei nuclei familiari, senza distinguere chi già contribuisce al sistema italiano da chi non lo fa, e senza offrire alcuna controprestazione specifica, verificabile e proporzionata.
Poi la raccontate come misura “a beneficio delle famiglie dei frontalieri”.
No, Assessore.
Questa non è una misura a beneficio delle famiglie dei frontalieri. È un prelievo aggiuntivo su una categoria politicamente comoda da colpire, mascherato da contributo sanitario.
Se davvero il principio fosse quello di far pagare individualmente la sanità in modo separato dalla fiscalità generale, allora bisognerebbe avere il coraggio politico di dirlo apertamente e trasformare il sistema sanitario italiano in un sistema assicurativo privato o semi-privato, come avviene in Svizzera. A quel punto ognuno pagherebbe una copertura sanitaria secondo regole chiare, universali e uguali per tutti.
Ma non potete fare una cosa diversa: mantenere formalmente un Servizio sanitario nazionale finanziato dalla fiscalità generale e, nello stesso tempo, chiedere a una sola categoria di cittadini un contributo aggiuntivo, calcolato sul reddito prodotto all’estero, sostenendo che sia normale perché “anche la famiglia è coperta”.
Questo è il cuore dell’ingiustizia.
O il sistema sanitario è finanziato dalla fiscalità generale, e allora i frontalieri non possono essere chiamati a pagare un secondo binario contributivo sul reddito svizzero.
Oppure il sistema diventa assicurativo, individuale, privato o semi-privato, e allora se ne discute per tutti i cittadini, non solo per i frontalieri.
La vostra soluzione attuale, invece, prende il peggio dei due mondi: fiscalità generale per tutti, contributo aggiuntivo solo per alcuni.
Questo non è un riequilibrio. È una penalizzazione selettiva.
Per questo Le chiedo formalmente di farsi promotore dell’unica soluzione realmente accettabile: l’abolizione integrale della cosiddetta tassa sulla salute a carico dei frontalieri.
Non una sospensione.
Non un rinvio.
Non una riduzione.
Non una promessa di “valutazione”.
Non un tavolo convocato per trovare il modo più elegante di farci pagare comunque.
Abolizione.
Perché il punto non è “quanto” pagare. Il punto è che questo prelievo non doveva essere introdotto.
I frontalieri hanno già dimostrato, attraverso le proprie rappresentanze, attraverso la mobilitazione pubblica e ora anche attraverso la convergenza con la posizione ticinese, che questa battaglia sarà portata avanti su ogni fronte legittimo: politico, amministrativo, giudiziario, sindacale, mediatico e istituzionale.
Chi pensa che questa protesta possa spegnersi con qualche dichiarazione rassicurante sottovaluta gravemente il livello di esasperazione raggiunto.
Non siamo interessati a essere blanditi. Non siamo interessati a promesse generiche. Non siamo interessati a sentirci dire che “si troverà una soluzione” se la soluzione consiste semplicemente nel rendere più presentabile una tassa ingiusta.
La soluzione c’è già: cancellarla.
Il blocco dei ristorni dimostra che il tema non riguarda più soltanto i singoli lavoratori, ma l’intero equilibrio dei rapporti transfrontalieri. E dovrebbe essere evidente che forzare la mano sui frontalieri significa aprire un conflitto istituzionale che nessuno dovrebbe avere interesse ad alimentare.
Regione Lombardia ha ancora la possibilità di correggere la rotta. Ma deve farlo in modo chiaro, pubblico e senza ambiguità.
Diversamente, sappia che molti frontalieri — me compreso — considereranno questa vicenda una frattura politica definitiva con chi ha sostenuto, giustificato o anche solo lasciato procedere questa misura.
La fiducia, Assessore, non si ricostruisce chiedendo ai cittadini di pagare una tassa ingiusta e poi promettendo che forse, un giorno, se ne discuterà.
La fiducia si ricostruisce ritirando una misura sbagliata.
In attesa di un riscontro chiaro e non meramente interlocutorio, porgo distinti saluti.
Alessandro Damiani
Frontaliere
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Approvo e sottoscrivo quanto scritto dal collega frontaliere. Stufi di essere vittime di inetti politici che giostrano a loro uso materie delicate, accordi, strategie senza competenza e visione prospettiva. L’unico modo ora è annullare il balzello scusandosi del tempo fatto perdere alle istituzioni e del mal di stomaco procurato a chi lavora ogni giorno.