“Quando la salute diventa un privilegio la sanità perde la sua missione”
23 Luglio 2026
Novantuno milioni di euro. È la cifra che la Regione Lombardia ha stanziato nel maggio 2026 per abbattere le liste d’attesa e aumentare le prestazioni sanitarie. Un investimento importante, annunciato come una risposta concreta ai disagi dei cittadini e alle difficoltà di accesso alle cure. Bene, molto bene!
A questo si aggiunge un principio sancito dalla legge: le aziende sanitarie e ospedaliere non possono chiudere o sospendere le agende di prenotazione. Il decreto lo ribadisce chiaramente all’articolo 3, comma 9, confermando quanto già previsto dalla normativa nazionale. Le liste devono rimanere aperte e i cittadini devono poter prenotare.
Sulla carta tutto sembra perfetto, poi arriva la realtà.
Ho cercato di prenotare una visita dermatologica per mio figlio, ma la risposta è stata sempre la stessa: nessun posto disponibile. Nessuna data. Nessuna agenda aperta. Nessuna proposta alternativa.
L’unica possibilità? Una visita privata. Costo: 130 euro. Una visita che normalmente sarebbe gratuita per minore
Eppure le regole raccontano un’altra storia.
La Regione Lombardia stessa spiega (sul sito ufficiale) che, se nell’ATS di riferimento non ci sono disponibilità, la struttura sanitaria è tenuta a inserire il cittadino in una lista d’attesa dedicata e a programmare la prestazione entro i tempi previsti dalla classe di priorità indicata nella prescrizione.
E se nemmeno questo fosse possibile, la tutela è ancora più chiara: la visita deve essere garantita in regime di libera professione (intramoenia), ma con i costi a carico della struttura sanitaria. Al cittadino può essere richiesto esclusivamente il pagamento dell’eventuale ticket. Sono diritti previsti dalla legge.
Non concessioni. Non eccezioni.
Allora perché tanti cittadini continuano a sentirsi dire soltanto che non ci sono posti? Perché nessuno informa delle procedure previste quando le agende sono piene? Perché la soluzione proposta diventa quasi sempre quella di aprire il portafoglio?
Perché la salute non può diventare un privilegio riservato a chi può permettersi di pagare una visita privata e allora la domanda resta la stessa: I finanziamenti ci sono, le leggi ci sono, i diritti sono scritti nero su bianco. Perché, nella vita reale, tutto questo continua a non bastare?
È difficile non pensare che chi dispone di mezzi economici possa trovare più facilmente una soluzione. Ma una sanità davvero pubblica si misura proprio da questo: dalla capacità di garantire le stesse cure, negli stessi tempi, a chiunque, indipendentemente dal reddito.
Perché la malattia non distingue tra ricchi e poveri.
Silvia Larizza



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