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Senza paura!

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SENZA PAURA!
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26 dicembre 2015

Quando mio marito arriverà a casa dal lavoro andremo a correre, ed io mi sono svegliata con la sensazione di non averne nessuna voglia, ho pensato che questo momento di pigrizia e di immobilismo tutto sommato poteva anche starci, e che non posso sempre pretendere qualcosa da me. Poi il sole si è sparso per la casa, la mia faccia allo specchio mi è sembrata invecchiata. Il silenzio dei miei pensieri, il blocco della mia creatività, la nausea che mi ha domato tutta la settimana. Se resto ancora un altro giorno dentro questa situazione mi ritroverò dove non voglio essere.

Ho sentito il bisogno di musica, di un ritmo mio che riconosce gli anni senza lasciarmi chiusa: la batteria di Phil Collins è asciutta e tribale ad un tempo. Sono corpo ed anima e se non mi concedo la corsa mi privo di un numero infinito di possibilità. Le stesse dalle quali mi assento quando non scrivo. Nel mio ostinato sforzo di conoscere e riconoscere la mia anima rischio di scordare la forza e l’energia della vita.

Ho bisogno di alleggerirmi e non accadrà se non mi concedo di muovermi, se blocco la mia energia e non mi lascio andare. La pace può arrivare da una malinconia accolta, ma anche dall’energia che scatena una reazione ed una risposta. Non voglio restare in silenzio immobile, non voglio lasciare che la paura di dire ciò che sento faccia tacere tutto.
Voglio trovare il modo di dire che è possibile vivere e combattere contro il terrorismo, la morte, ma anche l’insoddisfazione personale, la frustrazione di non poter fare un lavoro che ami senza che questi sentimenti divengano violenza, insulto, rabbia cieca che si nutre di sé stessa.

Esiste una correlazione diretta tra ciò che avviene nella nostra vita di ogni giorno e le cause che sposiamo o l’indifferenza con la quale decidiamo di non occuparci di ciò che accade. Non si tratta soltanto della fatica della vita che a volte impedisce di guardare oltre noi stessi e ci abbatte, oppure del dolore profondo di una perdita che ci lascia senza respiro; si tratta di ciò che scegliamo di essere, si tratta di ciò che scegliamo di pensare, si tratta di quanto siamo disponibili a farci carico dell’enorme responsabilità d’essere noi gli artefici unici della nostra vita. Riconoscendo comunque quanto bisogno abbiamo di essere con gli altri, sempre, in ogni occasione. Qualunque tipo di lavoro richiede l’incontro con altre persone, anche la cosa apparentemente più solitaria, come la scrittura, non avviene se non incontriamo il resto del mondo. La scrittura ha bisogno di un tempo di raccolta che è la vita, lo sguardo su ciò che accade attorno, l’osservazione intima e profonda che si sviluppa attraverso l’incontro empatico. Così ogni istante della vita coinvolge gli altri, il mondo, la natura, gli animali. Non possiamo essere senza incontro, condivisione, scontro, confronto. Eppure siamo esattamente il prodotto del nostro desiderio, dei nostri pensieri, della nostra capacità di sognare, di perdonare.

Ciò che alimenta iniziative poderose che rivoluzionano il mondo è un piccolo gesto fatto di profonda consapevolezza, messa in gioco e perdono. Io non sono nulla se non imparo a fare qualcosa per lasciare il mondo migliore di come l’ho trovato. Possono essere gesti enormi, collettivi, impressionanti ma nella maggior parte dei casi ciò che fa davvero la differenza avviene dentro ogni singola persona, ne modifica il viso aprendolo al sorriso ed alla comprensione, riesce a sbloccare la tensione attraverso una risata. Questo ci viene insegnato dalla Torah, una responsabilità personale a tratti accolta a tratti rifiutata ma che comunque diviene e si sostanzia in un percorso di consapevolezza che porta le persone a farsi carico. Anche quando farsi carico significa fuggire, come avviene al nostro patriarca Giacobbe, la distanza, la fuga è comunque lavoro, dedizione al progetto di vita, crescita e trasformazione.

Quando ci dimentichiamo d’essere simili a Dio, e per questo responsabili dei nostri pensieri e delle nostre azioni, iniziamo a lamentarci e ad utilizzare ogni opportunità per distruggere e uccidere.

Non so cosa dicano i testi sacri dell’islam, francamente non mi interessa neppure molto, ciò che però vedo è che ci sono milioni di persone che hanno scordato d’essere individui meravigliosi, creati simili a D-o e che hanno confuso l’amore, la vita, l’assunzione della responsabilità propria di migliorare il mondo, con una cieca, ignorante e feroce ansia di conversione alla morte ed all’annullamento delle differenze che rendono ricca l’umanità.

Non si tratta di sofferenza subita, non si tratta di mancanza di speranza, non si tratta di mortificazione o di sottomissione da parte di altri, si tratta di una scelta deliberata e convinta di distruzione dell’essere umano nella sua essenza, si tratta della scelta di eliminare chiunque non sia come loro o come loro credono di essere o dover essere. Questo è, sia per chi commette gli attentati terroristici in Israele e nel mondo, sia per i loro mandanti diretti o occulti, sia per tutti coloro i quali ne sostengono la legittimità. Si tratta di individui che non vogliono prendersi la responsabilità di sé stessi, che non sanno trasformare le proprie esperienze in crescita, che non sono capaci di proseguire, di perdonare, e che odiano chiunque sia in grado di farlo. Odiano le persone che hanno successo, che grazie alla propria creatività hanno una vita felice e denaro. Odiano gli ebrei perché non si sono pianti addosso, sono usciti dalla Shoah ed hanno costruito uno Stato, hanno creduto nella possibilità di migliorare il mondo e continuano a crederci ovunque si trovino e fanno il possibile perché sia così. Non tutti e non solo gli ebrei, per fortuna ci sono moltissime persone che continuano a vivere credendo nel senso del dono inestimabile che la vita è per ognuno di noi.

Per risolvere il problema del terrorismo occorre rendersi conto che ogni singolo terrorista è un essere umano che sta scegliendo di uccidere, sé stesso ed altri esseri umani, perché ha deciso di farlo.

Io, noi, invece, possiamo, e lavoriamo su noi stessi, per lasciare andare il sentimento di rabbia e di vendetta. Lo facciamo, dopo averlo guardato, ascoltato ed esserci lasciati attraversare da questo, perché solo ciò che si conosce si può combattere. Posso decidere di lasciare andare l’odio e continuare la mia vita con autentica ed incondizionata fede in D-o e negli esseri umani. Scelgo di fare questo per me stessa, per non farmi mangiare dall’odio e dal risentimento, come fanno i terroristi ed i loro complici e sostenitori. Scelgo, diversamente da loro di essere libera di amare.

Ma questo non significa assolvere. Il fatto che io scelga di lasciare andare il risentimento e l’odio, la rabbia ed il rancore, non assolve né il terrorista, né quelli che lo hanno sollecitato a compiere quel gesto, né quelli che giustificano quel gesto, perché scegliere di morire e di uccidere è sbagliato ed io mi difendo da questa scelta, sia con le armi, se necessario, sia con il mio ostinato amore per la vita.

Perché restando nella mia incrollabile fede, nel valore profondo che è il dono ricevuto da D-o attraverso l’opera generosa dei miei genitori, posso sconfiggere il terrorismo e tutti quelli che con la legittimazione della morte ancora una volta compilano liste, pensando di spaventarci, pensando che noi lasceremo che le nostre vite vengano interrotte dalla paura.
Questo non accade e non accadrà mai più perché noi siamo capaci di difenderci, senza odio, senza pregiudizi, senza risentimento e scegliamo di farlo.

Ariel Shimona Edith Besozzi

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