“SuperMonti e la cryptonite nella borsa”
24 Febbraio 2012
Caro direttore
È fin troppo facile enumerare le ragioni che, pur a fronte delle non facili contingenze economiche, sottostanno al gradimento diffuso del governo Monti. C’è modo e modo di veicolare la comunicazione, e anche nel chiedere sacrifici ai cittadini si possono coniugare necessità e lungimiranza. Prova ne sia l’immediata autorevolezza che, grazie al nuovo presidente del Consiglio, l’Italia ha riguadagnato sullo scacchiere europeo.
Sul fronte interno un governo appoggiato da un vasto schieramento ha potuto rapidamente operare e sta continuando sul sentiero tracciato per realizzare tutto ciò che, per diverse cause – la principale delle quali rimane il non voler spiacere al proprio elettorato –, s’era progressivamente arenato nei buoni propositi del passato esecutivo, nelle secche e lungo i tornanti della Legislatura.
Sicché, sforbiciando una metafora affiorata nel mio blog, a Monti sono state consegnate le chiavi affinché ci portasse fuori da un ingorgo. Il presidente del Consiglio è salito su qualche marciapiede, ha bruciato qualche semaforo, ha ammaccato il paraurti, si è preso qualche graffio ma, alla fine, pur con qualche caduta di stile o abbassamento di tono, è riuscito a evitare la morsa stringente dello spread e del traffico.
SuperMonti starebbe pertanto tentando di compiere quanto chi lo ha preceduto non ha saputo o voluto portare a termine. Ma come ogni supereroe che si rispetti, ai superpoteri corrisponde un cono d’ombra dove si affollano dubbi e interrogativi.
Primo fra questi è la sconfitta della politica, nei suoi più diversi risvolti: la polemica strumentale sull’articolo 18, alimentata ad arte dal centrodestra, per dividere il centrosinistra e accreditare Monti nelle proprie fila alla vigilia della campagna elettorale per il 2013; i bilanci sulla corruzione presente nel ventennale di Manipulite e le sacche di privilegio della burocrazia e della Casta; l’incapacità di alzare lo sguardo sul medio-lungo termine e il non riuscire a guardare il bene del Paese in prospettiva; il progressivo scollamento fra i cittadini e i partiti e dunque fra la politica e un contesto sempre più complesso, alimentato dal basso attraverso logiche populistiche e dominato dall’alto da logiche macroeconomiche e finanziarie; un’incapacità, da parte dei partiti (ma anche dei sindacati, rimasti per buona sostanza a presidiare una terra di nessuno) di uscire da vecchi schemi e linguaggi ormai inadeguati per comprendere e agire sulla realtà.
La cryptonite nascosta nella borsa di Monti è questa zona grigia, fatta di ritardi e perplessità, di assenza di coraggio e di rinuncia della politica, di prospettive incerte e di un progressivo e pericoloso innalzamento dell’assicella delle tensioni sociali. Solo giovedì scorso Giovanni Bianconi nel Corriere scriveva dei potenziali focolai terroristici che, da sparute azioni dimostrative, potrebbero crescere fino a giungere ad alzare il livello dello scontro. Se Berlusconi ha agito come un tappo rispetto ad alcuni squilibri, ora, con un governo moderato e appoggiato da gran parte delle forze politiche, paradossalmente proprio quegli squilibri potrebbero trovare esiti diversi e preoccupanti.
Il vulcano su cui partiti e sindacati sono seduti, talvolta senza avvedersene, è quello dei giovani (e ormai dei meno giovani che hanno varcato la soglia degli -anta) costretti quotidianamente ad affrontare le insidie di universo del lavoro sempre più precario, sempre meno garantito, nel nodo scorsoio degli ammortizzatori sociali.
L’interfaccia, quel filtro che la politica è chiamata a svolgere, pur assecondando l’azione di un uomo autorevole e capace come Monti, si è assottigliato. Ma occorre fare attenzione e bisogna porre rimedio al più presto: perché la cosiddetta «antipolitica» è un sintomo da non sottovalutare e i partiti rischiano sempre più di montare la guardia a un palazzo assediato e deserto.



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