Un esempio di terzaforzismo etico-politico
24 Febbraio 2005
Egregio direttore,
L’intervento di Angelo Zappoli, pubblicato da questo giornale il 16 febbraio scorso con il titolo “La memoria ha bisogno della verità, proviamoci”, è un’ottima esemplificazione delle conseguenze che necessariamente discendono dalla scelta di assumere una posizione ‘terzaforzista’ nella valutazione storico-politica della Resistenza e, più in generale, delle guerre civili e delle lotte di classe del Novecento. Dopo aver giustamente rivendicato la correttezza di un’analisi differenziata dei ‘lager’, dei ‘gulag’ e delle ‘foibe’, Zappoli mostra incongruamente di condividere l’atteggiamento di chi afferma che le vittime di tali eventi «hanno pari dignità storica e umana» e giunge a qualificare una siffatta parificazione come «evidenza», ignorando in tal modo che quelle vittime sono uguali di fronte alla morte, ma non di fronte alla storia.
Alternando mezze affermazioni e mezze negazioni, Zappoli, dall’alto di quell’Olimpo etico-politico in cui gli è stato concesso dagli dèi di prendere posto, riconosce, sì, quantunque in modo contorto e contraddittorio, che esiste «una profonda differenza fra il disegno sistematico di sterminio propugnato e praticato dal nazismo ed il sistema di terrore staliniano», così come «fra chi costruì il campo di concentramento della Risiera di San Sabba e chi si rese protagonista delle violenze nazionalistiche scatenate alla fine di una guerra», ma lamenta poi, per un verso, che «moltissimi fra i partigiani portassero come simbolo una bandiera che in altri paesi veniva spesso disonorata da chi la impugnava contro il popolo in nome del quale era stata issata» e, per un altro verso, che del silenzio sulle foibe «porta responsabilità certa ‘vecchia’ sinistra italiana, che temeva che ammettere i crimini di una degenerazione pratica potesse mettere sotto accusa l’idea del comunismo, una ‘vecchia’ sinistra – aggiunge il nostro olimpico ‘terzaforzista’, rovesciando un’altra vangata di guano addosso ai partigiani comunisti – che stava costruendo una memoria ingessata della Resistenza, una storia di soli eroi, privando le generazioni più giovani delle vite vere, anche degli errori, di chi l’aveva vissuta e quindi mortificandola nel momento in cui la glorificava come una religione».
Non credo che valga la pena riprodurre ulteriori citazioni dei canti amebei modulati da Zappoli sul valore e sulle “degenerazioni” della Resistenza: basti qui rilevare, come connotato distintivo della posizione ‘terzaforzista’ e dell’approccio irenistico che ormai, su questo e su altri temi, caratterizza lui e il partito al quale appartiene, la goffaggine opportunistica del nesso che egli stabilisce fra la campagna violentemente anticomunista, promossa e condotta dalle forze reazionarie e neofasciste sulla questione delle ‘foibe’, e la libertà di opinione e di ricerca, resa possibile dalla conquista della democrazia dovuta alla Resistenza.
Restano, infine, da aggiungere due osservazioni conclusive in merito alla deriva di cui la posizione di questo rappresentante provinciale del PRC è una manifestazione quanto mai sintomatica: dopo aver espunto dal pensiero rivoluzionario, in nome di quella utopia ipocrita e ingannevole che è la dottrina della non-violenza, la violenza delle classi dominanti e la contro-violenza delle classi dominate, dopo aver rimosso, come se fosse un filtro sporco, la maggior parte della storia del movimento comunista, l’attuale gruppo dirigente del PRC mostra, con evidenza paradigmatica, quale sia il percorso che dal revisionismo, già implicito nel nome e nel concetto stesso di ‘rifondazione’, conduce al liquidazionismo, dallo ‘status’ di una forza antagonista al sistema allo ‘status’ di una forza endosistemica: in una parola, il percorso che conduce alla formazione di un partito massimalista, postmoderno e postcomunista.
Ma allora, per riprendere il paragone storico a cui ho fatto ricorso in un mio recente intervento su questo stesso giornale (cfr. la lettera del 15 febbraio scorso intitolata “La svastica, la falce e il martello e il rifiuto del marxismo da parte della sinistra”), sarà lecito domandarsi se, grazie ai servigi offerti da simili apprendisti stregoni., le forze di sinistra non finiranno col trovarsi nella stessa situazione di quei difensori di un comune medievale, che, dopo aver consegnato loro stessi i propri concittadini all’imperatore, nell’assedio che sostennero contro Federico Barbarossa furono obbligati a difendersi rivolgendo i loro colpi proprio contro quei concittadini, coi corpi dei quali l’imperatore aveva fatto tappezzare le pareti delle sue macchine da guerra.



Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.