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Un profilo prepostero di Francesco Cossiga

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19 Agosto 2010

Caro direttore,
desidero offrire, quale modesto contributo all’epicedio su Francesco Cossiga (che è cosa ben diversa dalla trenodia di regime in atto), un profilo di questo personaggio politico che scaturisce da una ‘lettera aperta’ che scrissi nel 1991. Aggiungo soltanto alcune indispensabili informazioni a beneficio dei pochi lettori che avranno la pazienza di affrontare e portare a termine la lettura di questo testo non breve: a) la ‘lettera aperta’ fu pubblicata sulla rivista marxista-leninista “L’Uguaglianza Economica e Sociale”, di cui ero collaboratore; b) il “guitto del politicantismo di regime” è Marco Pannella; c) il “colonnello verde” è Mario Capanna. Se il destinatario della lettera non fosse scomparso proprio in questi giorni, nulla avrebbe impedito che tale testo finisse in pasto alla “critica roditrice dei topi”. Ripubblicarlo in questa circostanza permette dunque sia di saggiarne la consistenza a distanza di quasi un ventennio dalla sua stesura, sia di fornire un esempio del modo in cui un settore della sinistra comunista rispose alle ‘esternazioni’ provocatorie di quel maestro del “sovversivismo delle classi dominanti” che fu Francesco Cossiga.
Il signor Francesco Cossiga, presidente della repubblica italiana, si è permesso, rivendicando integralmente il suo operato di ministro dell’interno durante il nefasto periodo dei governi di unità nazionale (1976-79) e rispondendo alle domande dei giornalisti sulla sua intenzione di concedere la grazia a Renato Curcio, di additare al pubblico ludibrio i “marxisti-leninisti da strapazzo che ammorbano il nostro Paese”.  Il signor Francesco Cossiga, che è il capo di una repubblica borghese, ha svolto e svolge un ruolo trainante nel tentativo di accelerare la trasformazione delle basi morali e ideali del presente ordinamento costituzionale, la cui genesi è connessa alla guerra di liberazione nazionale contro il nazifascismo, sostituendo a tali basi un assetto apertamente reazionario, ben definito su questo mensile come il “presidenzialismo assoluto”, e non rifuggendo, per conseguire un simile fine, dal servirsi di tutti i più 1ogori arnesi che il tradizionale armamentario della demagogia di stampo peronista gli offre.
In questi mesi i marxisti-leninisti hanno analizzato passo dopo passo la. logica ispiratrice, i motivi e le motivazioni, del progetto di revisione politico-istituzionale sostenuto dal sig.  Francesco Cossiga e dal Psi, la cui insegna è un anticomunismo violento ed aggressivo, ed hanno contrapposto ai diversi progetti di revisione costituzionale, frecce di colore diverso, ma tutte intrise nello stesso veleno reazionario, la prospettiva di una nuova Costituzione: la Costituzione della Repubblica Socialista dei Lavoratori Italiani. I comunisti sanno quanto lunga e difficile sia la strada per giungere a concretare questa prospettiva; tuttavia, la consapevolezza dell’arduo cammino non li ha indotti ad abbandonare questo obiettivo, ma li ha resi semmai ancor più decisi nel riproporlo come un obbiettivo storicamente attuale e nel dichiarare ciò apertamente.  Infatti, la massima “pensarci sempre e non parlarne mai” è estranea ai comunisti.  I quali non solo ci pensano sempre, alla dittatura del proletariato e al comunismo, ma sono anche convinti di doverne parlare sempre: con tutti i lavoratori, in ogni circostanza e in ogni luogo della  vita sociale, poiché la propaganda e l’agitazione su questi temi di carattere generale fa parte di un compito permanente di educazione ideale e formazione politica delle classi subalterne che, fin dai suoi albori, il movimento comunista ha posto all’ordine del giorno, anche quando le condizioni immediate non permettevano di realizzare praticamente quegli obbiettivo.  Marx ed Engels scrissero, infatti, nella chiusa del “Manifesto del partito comunista”: “I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni.  Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto dal rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente”.
Abbiamo ascoltato sia gl’interventi politici del sig. Cossiga, il quale da tempo fornisce alle esterrefatte vestali della “sacralità” e della “imparzialità” della massima istituzione repubblicana lezioni dì realismo (interventi che un polveroso giurista ha denominato “esternazioni”, invitando il presidente a non superare la “modica quantità”), sia gl’interventi di chi ha finito col delegare l’unica iniziativa sensata di opposizione, ossia l’avvio di un procedimento di “impeachment”, al solito guitto del politicantismo di regime, oppositore della “partitocrazia” borghese in nome della bugiarda utopia piccolo-borghese di un “parlamentarismo perfetto”, un dottor Dulcamara che ha sempre svolto il ruolo di battistrada e mosca cocchiera degli attuali demolitori della repubblica antifascista nata dalla Resistenza.
E, a mano a mano che venivamo osservando i tortuosi svolgimenti delle scene di questo carro di Tespi, è cresciuto in noi un misto di ilarità e disprezzo per la comica batracomiomachia che vede confondersi, in una mischia che somiglia sempre più ad un amplesso, le varie fazioni, le rane e i topi, del blocco capitalistico-clientelare-mafioso.  Nel contempo, di fronte ai gesuitismi e ai fariseismi delle vecchie cariatidi del regime, ci è capitato di provare “simpatia” (beninteso, quella particolare simpatia che rientra nei limiti del “rispetto tattico” per un nemico energico e deciso) verso questo passeggero, anche se di riguardo, di un carrozzone burocratico-parlamentare sempre più cigolante e sbalestrato, il quale non solo si industria, mentre il carrozzone è ancora in corsa, nel cambiare ruote ed assetto, ma aspira perfino a trasformarsi in conducente e contrasta il consueto modo di guidare del conducente “autorizzato”, non esitando, in alcuni casi, a strappargli di mano la guida. Naturalmente, la “simpatia” si  converte nell’antagonismo più irriducibile verso la prospettiva strategica che il sig.  Cossiga sta delineando con le sue iniziative e con le sue prese di posizione (basti pensare alla utilizzazione del “caso Curcio”, il cui fine è sia quello di rimettere in discussione la “linea della fermezza”, seguita allora dal partito dì governo e dallo stesso Cossiga sul “caso Moro”, sia quello di suggellare la vittoria dello Stato contro “la minaccia del terrorismo” con la definitiva chiusura della “stagione dell’emergenza”, a favore del cui prolungamento si è invece schierata la maggioranza del mondo politico borghese dopo l’intervento, improntato alla più cupa volontà punitiva, dell’organo della Santa Inquisizione, intransigente tutore di quella concezione barbarica, fondata sul principio della “sacralizzazione del potere”, da cui sono scaturiti la legislazione premiale ed uno “status” giuridico differenziato per i cosiddetti pentiti e per i cosiddetti dissociati e basti pensare al contemporaneo ‘blitz’, di sapore fortemente neocoloniale, attuato nei confronti della crisi albanese, che ha dato un plastico risalto al connubio fra un’applicazione dinamica ed aggressiva della politica di penetrazione imperialistica dell’Italia nei Balcani, esplicata per ora in quello che è considerato il “ventre molle” dell’Adriatico, e la svendita dello Stato e del popolo albanese al miglior offerente, cioè al vecchio padrone, da parte della cricca revisionista di Tirana. D’altronde, se ci amareggia il ricordo dei tempi in cui avevamo per questo personaggio una certa considerazione (ma la dialettica storico-politica, con le sue reciproche conversioni fra la sinistra e la destra, fra il dramma e la farsa, fra la reazione e il progresso, è maestra dì ironia oggettiva, oltre che di verità morale e intellettuale, perché ci insegna a non confondere ì giudizi sui comportamenti soggettivi degli individui con i giudizi sulle situazioni oggettive), non possiamo tuttavia non denunciare la patetica marginalità di un “colonnello verde”, vero e proprio “marxista-leninista da strapazzo”, in cerca di un ennesimo referente politico nel mondo borghese (e qui, bisogna riconoscerlo, l’invettiva presidenziale manifesta il suo elemento di verità). Il nostro, come ben sapeva Gramsci, è il paese delle “rivoluzioni passive”, delle “rivoluzioni mancate” e delle controrivoluzioni spacciate per rivoluzioni: per questo non ci meraviglia la variopinta ammucchiata di maestri ed epigoni del vecchio e nuovo trasformismo populista, che è un fenomeno ricorrente  della nostra storia, del nostro sistema e del nostro costume politico, dominati dalle idee falsamente modernizzatrici e dai comportamenti attivamente reazionari della piccola borghesia, questa “autentica peste della società italiana" (Gramsci): da Mussolini a Craxi, da Bossi ad Orlando, da Pannella a Cossiga, con tutto il repellente corteggio del “gazzettieri di regime” e dei persuasori palesi al loro servizio.
Egregio presidente, da paludato rappresentante delle “libere istituzioni” di questo Paese Lei è divenuto uno degli elementi più combattivi di questa Italia antiproletaria e “antiborghese”, che ebbe un tempo i suoi Missiroli, i suoi Papini e i suoi Prezzolini; Lei, che pure non si è peritato di tessere l’elogio degli appartenenti alla struttura clandestina denominata “Gladio”, un’organizzazione che sostanzialmente si proponeva di passare per le armi i militanti comunisti italiani, non è un eversore fascista, del tipo incarnato a suo tempo da Mussolini, se non altro per limiti oggettivi, di fase storica, di cultura ed estrazione politica, che Le impongono di legittimare con un formale richiamo ai principi ideali dell’antifascismo (di regime) e della democrazia (borghese) anche le scelte nel senso della più bestiale repressione antipopolare, cioè nel senso voluto dal padronato, dalla Cia e dalla massoneria; per di più, Lei è stato artefice e promotore di quella legislazione “di emergenza” che costituì una delle premesse tecnico-giuridiche della trasformazione in senso reazionario della Repubblica; malgrado tutto, Lei, al massimo, può essere considerato un novello Crispi (quell’uomo di governo che lo storico Gioacchino Volpe definì il Battista di Mussolini), sicché, se questa analogia è valida, si può affermare che Lei ha seminato e sta seminando in vista di un raccolto che non sarà Lei a fare; Lei, infine, ha gestito l’intenzione di concedere la grazia Curcio non solo come un gesto spettacolare di “umanità” del potere borghese verso un nemico, sconfitto ed oggi innocuo, dello Stato (un comunista che, a nostro giudizio, commise gravi errori di sostitutismo ed avventurismo putschista), ma anche come un mezzo per far esplodere contraddizioni nelle altre frazioni borghesi e contribuire a determinare una crisi politica che acceleri i tempi di transizione a quella “seconda Repubblica” che è il Suo obiettivo dichiarato, che Lei ha avuto il merito di non nascondere mai.
   Proprio ad un grande combattente del comunismo proletario, giustamente caratterizzato con efficace sintesi come “terrore dei fascisti, dei borghesi e dei falsi comunisti”, altrettanto giustamente che come protagonista, nel bene e nel male, di un esperimento gigantesco di trasformazione della società, riteniamo, come marxisti-leninisti, di dover ispirare la nostra azione rivoluzionaria, contrapponendoci ad una campagna di denigrazione sistematica, fatta di calunnie e demonizzazioni, che dura dal ventesimo congresso del Pcus (1956) e che fu avviata dai progenitori dì Gorbaciov. Rivendichiamo quindi integralmente l’onore rivoluzionario e la grandezza politica, non esenti, certo, da errori anche gravi, errori che ad ogni modo vanno giudicati in un’ottica marxista, del compagno Giuseppe Stalin, un dirigente della classe operaia e del popolo lavoratore, che con la sua opera e con il suo insegnamento ha reso possibile conferire un contenuto storicamente concreto all’affermazione tratta dal discorso di chiusura del VII congresso dell’Internazionale Comunista, pronunciato da Giorgio Dimitrov il 20 agosto del 1935, e posta da noi come epigrafe di questa “lettera aperta”.
Tutto sommato, lo stesso Cossiga ci ricorda con i suoi interventi, contrassegnati da uno stile tanto reboante quanto goliardico, e da un costante riferimento, in chiave anticomunista, alla storia della Terza Internazionale, l’alternativa di fronte alla quale si trova il movimento di classe. Alternativa che possiamo caratterizzare, evocando due divinità della mitologia classica che hanno rappresentato due opposte scelte di comportamento e di organizzazione: Proteo e Anteo.  Il primo era un dio marino che per sfuggire alla presa dell’avversario si mimetizzava nell’ambiente circostante (simbolo, perciò, dell’adattamento sempre più opportunistico alla realtà esistente e della conseguente rinuncia ad operare per trasformarla); il secondo era un gigante che, non appena cadeva a terra, riprendeva le sue forse, sicché Ercole, per poterlo sconfiggere, lo dovette strozzare tenendolo sollevato da terra (simbolo, questo, del contatto vivificante con quel serbatoio di energie che è il popolo lavoratore, sorgente insostituibile della forza di un partito proletario, il quale, privo di questa basilare risorsa, è destinato a soccombere sotto i colpi del nemico di classe).
Quantunque buona parte della ‘sinistra’ abbia seguito la via di Proteo e solo una minoranza sembri decisa a combattere, non nel cielo del sistema politico (laddove è inevitabile che vinca…Ercole), bensì sulla terra dei concreti rapporti sociali la battaglia di classe contro il capitalismo, i ben educati gestori della dittatura borghese nella consueta forma dell’interclassismo democristiano reputano ancora necessario governare il sistema attraverso il complesso apparato di accordi e transazioni con cui è stato finora mediato il dominio della borghesia capitalistica, e rimproverano a Cossiga sia l’eccessiva sicurezza generata in lui dalla convinzione che la questione comunista e la questione operaia siano state risolte nel senso conforme a tale dominio per tutta una fase storica, sia l’adozione di un linguaggio e dì una prassi, che non sono più quelli basati sulla ricerca della mediazione e del compromesso, sibbene quelli basati sulle procedure della semplificazione e del decisionismo, con cui il presidente punta ad incorporare nel suo progetto politico-istituzionale persino una forma mistificata di rappresentanza degli interessi popolari (è questo il lato bonapartista della sua linea). Tuttavia, nonostante i suoi conati decisionisti e le sue fughe in avanti, nonostante il suo progetto di “Stato forte”, autoritario e populista in politica interna, attivista ed espansionista in politica estera, egli è un “pellegrino del nulla”: tutti gli uomini di governo della borghesia sono tali, in quanto espressione del marciume e della decomposizione a cui conducono la deformazione e la compressione dello sviluppo delle forze produttive determinate da quella insuperabile barriera che è costituita dal modo di produzione capitalistico fondato sullo sfruttamento dei lavoratori e sulla ricerca del massimo profitto. Contro tutto questo complesso, economico sociale politico culturale morale e militare, che non si può definire meglio che con la parola che pare abbia usato il generale Cambronne, dovrà ergersi ancora una volta, come potenza indipendente, il proletariato, nella sua qualità di portatore delle prospettive dì sviluppo e liberazione dell’intera umanità. Questo, egregio presidente, è l’impegno di lotta che noi marxisti-1eninisti ribadiamo con la stessa certezza nell’avvenire dei lavoratori e con la stessa fiducia nel progresso della civiltà che animarono, in altri tempi altrettanto bui quanto quelli attuali, anche se per motivi diversi, le indimenticabili parole rivolte ad un grande uomo di governo della borghesia (allora fascista), il senatore Giovanni Gentile, da uno studioso della letteratura latina e da un militante comunista, quale fu Concetto Marchesi: “Quanti oggi invitano alla concordia, invitano ad una tregua che dia temporaneo riposo alla guerra dell’uomo contro l’uomo.  No: è bene che la guerra continui, se è destino che sia combattuta. Rimettere la spada nel fodero, solo perché la mano è stanca e la rovina è grande, è rifocillare l’assassino. La spada non va riposta, va spezzata. Domani se ne fabbricherà un’altra? Non sappiamo. Tra oggi e domani c’è di mezzo una notte ed un’aurora”.

Eros Barone

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