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Varese travolta dai migranti. Erano gli anni 60’

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1 Ottobre 2009

Caro Direttore,
ho letto, come sempre, con interesse il tuo editoriale. E poiché, come sempre, quando scrivi apri la porta alla riflessione, io, leggendoti, mi sono messo a pensare. Il discorso pubblico sulla questione immigrazione sembra ormai scivolato irreversibilmente verso l’esibizione del proprio mal di pancia o verso l’esibizione dei propri buoni sentimenti. Insomma: o ci si dichiara orgogliosamente rozzi e intolleranti oppure, altrettanto orgoliosamente, magnanimi e tolleranti. Anche il riferimento al «come eravamo» (cioè: anche noi siamo stati stranieri all’estero), mi pare che ormai funzioni poco. Anche perché introduce quel principio di reciprocità che in altri contesti risulta invece particolarmente odioso. E non mi pare funzioni meglio il riferimento alla vocazione migrante dell’uomo, dal momento in cui è sceso da un albero e si è messo a camminare: efficace sul piano razionale, non contribuisce a risolvere le emergenze.
Voglio dire che il problema che abbiamo noi, qui in Italia, mi sembra un po’ più complicato e forse riguarda il degrado culturale e morale della nostra classe dirigente. Una classe dirigente, che, a tutti i livelli e in tutti i settori nei quali opera, sembra incapace di governare le profonde e accelerate trasformazioni che hanno scompigliato nell’ultimo quindicennio le nostre società. Il modo in cui è stato affrontato il problema (perché anche di problema si tratta) della massiccia immigrazione che si è riversata sui nostri territori in un periodo così breve è solo uno dei tanti indicatori rivelatori di tale incapacità.
Come sai, negli anni del cosiddetto miracolo economico la provincia di Varese fu letteralmente travolta dal flusso di immigrati. Solo nel biennio 1961-1962 giunsero qui dal Veneto e dalle regioni meridionali 42.000 immigrati ed altri 18.000 nel 1963 (cioè, nei tre anni, oltre il 10% dell’intera popolazione provinciale). La risposta delle istituzioni, d’intesa con i maggiori imprenditori, fu la creazione di Centri di assistenza per giovani lavoratori immigrati. Bisognava far fronte, si disse, ad una immigrazione massiccia ed improvvisa, che, giunta qui senza mezzi, doveva superare il trauma del distacco dalle proprie terre d’origine ed affrontare l’inserimento nel nuovo tessuto sociale. A Varese, la struttura del Centro immigrati di allora ospita oggi un prestigioso albergo, lo Yes hotel.
Noi, invece, abbiamo preferito relegare il problema immigrazione (perché, ripeto, è anche un problema) nell’angolo delle questioni economiche o relative all’ordine pubblico.
Un Ministro dell’Interno che nel 2008 deve ricorrere alla categoria della «cattiveria» per affrontare un problema così delicato ed esplosivo rappresenta bene l’afasia della nostra élite politica. Così come afasici erano stati i dirigenti della sinistra italiana che nell’estate del 1991 non avevano trovato il tempo di andare a vedere ciò che stava accadendo sulle coste pugliesi, dove migliaia di albanesi (quelli che riuscivano a sopravvivere) sbarcavano da navi «insaccate di miseria». Come diceva De Amicis osservando i piroscafi che alla fine dell’Ottocento partivano da Genova pieni di italiani morti di fame.
 Cordialmente
Enzo R. Laforgia

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