Consapevolezza, condizione o consolazione di democrazia

Anicio Manlio Severino Boezio, filosofo cristiano del sesto secolo, nato a Roma da importante famiglia, servì come massimo funzionario amministrativo Teodorico re dei Goti ma, all’età di circa 45 anni, fu dal re imprigionato a Pavia sotto l’accusa di tradimento e infine mandato a morte. In prigionia scrisse “la consolazione della filosofia” dove rappresenta se stesso nella prigione avvilito e indignato per l’ingiustizia della sua sorte quando la divina figura della Filosofia gli appare in forma di donna di dignità e bellezza sovrumane che, con vari discorsi, lo convince della vanità del rammarico per i beni della fortuna perduti, gli solleva lo spirito alla contemplazione del vero bene, gli svela il mistero del governo morale del mondo.

In questi giorni fervidi di dibattiti politici leggo che il pensatore e scrittore Umberto Eco dichiara (sembra che sia una forma di simpatica provocazione) che se dovesse continuare l’attuale governo egli emigrerebbe, probabilmente a Parigi. Sarebbe un altro modo di consolarsi, certo facilitato dai diritti di autore dei suoi best-seller.

Una visione che mi si presenta talvolta come incubo è quella dei carri merci chiusi e stipati di gente che i nazisti mandavano allo sterminio nei campi di concentramento, padri, madri, figli ammassati o separati, fuscelli scossi e travolti in balia di un vento di morte tanto irresistibile.

Sono tutti aspetti del contrasto fra la vita quotidiana di persone che si sono costruite un mondo di relazioni con altre persone e cose, che faticano a superare le difficoltà di una ricerca di benessere in un mondo impastato di spiritualità e concretezza, cercando di muoversi entro i limiti di regole fissate (si presume) per facilitare la civile convivenza, e il potere da cui la loro possibilità di bene operare e felicemente vivere dipende. Il potere di fissare leggi, di imporne il rispetto, di punire i trasgressori. Terribile cosa, perché interferisce nella sfera individuale di ciascuno di noi. Potere che può essere sentito amico quando le norme sono sensate, equamente applicate, amministrate con giustizia e rispetto; ma può rappresentare uno sconvolgente nemico quando vi sia una frattura di sentire tra chi lo amministra e chi lo subisce.

Noi abbiamo un sistema politico democratico che si realizza attraverso la nomina elettiva di rappresentanti, nei quali risiede il potere legislativo ed esecutivo. Coloro che fanno le leggi sono infatti eletti con forme di suffragio generale, e le persone che formano il governo promanano da questo procedimento. Churchill diceva che la democrazia è certo una forma di governo imperfetta, ma è la migliore che sia esistita e che esista. Ma quanto imperfetta! Quale germe fa mai sì che chi sale per i gradini della scala del potere tenda a sentirsi parte di una confraternita di privilegiati e consideri il suo procedere quale una carriera per l’espressione di sé piuttosto che una missione per interpretare il bene di tutti? Ma forse non si tratta di un virus che contagia i potenti; bensì è il brodo di cultura biologica in cui essi sono coltivati ad avere la responsabilità di questa trasformazione. E’ l’ambiente sociale che non è abbastanza attento a pretendere che gli impegni presi siano mantenuti, che la politica serva il cittadino e non viceversa, che il rappresentante eletto o cooptato risponda delle sue azione e dei risultati conseguiti.

La consapevolezza di questi rapporti e queste connessioni, la comprensione di questi giochi aiuta a sopportare questa frattura fra l’esercizio del potere e la soggezione ad esso. Consapevolezza, consolazione della democrazia. Consapevolezza e conoscenza, che anche se non possono modificare la situazione ci aiutano a sentire di non essere stati fatti fessi inconsapevoli. Magra consolazione, che però mi aiuta a sopportare le forme più ingenue di questa ansia di confraternita manifestata dai potenti nel chiamarsi pubblicamente per nome, Silvio, Bobo, Fausto, Pierfranco, e così civettando, fino alle leggi sbagliate e fatte per scopi diversi da quelli dichiarati o comunque senza neanche dichiarare uno scopo. Consolarsi sta bene, per conservare serenità, ma nello stesso tempo bisogna vigilare e diffondere consapevolezza.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 marzo 2006
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