Messico e…nuvole

Seconda puntata del diario dei tre giovani neolaureati varesini: tra spiagge bianche, rovine Maya e l'elezione del nuovo presidente, la pioggia tropicale è protagonista

Ciao a tutti dal trio di mariachi varesini. Ci eravamo lasciati più di una settimana fa subito dopo il nostro arrivo a Papantla, cittadina del Veracruz centrale nei pressi delle rovine di El Tajin. Abbiamo scelto Papantla invece della più grande e caotica Poza Rica, per poter godere un po’ della pace e dell’atmosfera rilassata e festosa di un tipico pueblo messicano.  

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 Papantla non ha deluso le aspettative, accogliendoci con le sue case dai mille colori pastello e i sorrisi radiosi della sua gente, dai tratti somatici che iniziano già a presentare le caratteristiche tipiche dei popoli del Messico preispanico. Visitiamo la cittadina, adagiata sulle colline ricoperte di folta vegetazione tropicale tra la Sierra Grande Occidentale e il Golfo del Messico, con un piacevole tour tra l’affollato "zocalo" (la piazza centrale tipica dell’urbanistica messicana), la pittoresca chiesa e la statua dedicata ai voladores (di cui diremo più avanti). Dopo una macedonia (con l’aggiunta di peperoncino, chiaramente..), una veloce michelada (birra e…peperoncino, guarda caso) e un’ottima cena (piccante come fuoco), torniamo in albergo per prepararci alla visita alle rovine dell’indomani.  

Il 30 novembre l’abbiamo dedicato alla visita delle rovine di El Tajin. Il sito, il cui nome in lingua totonaca significa "tuono", è uno dei centri meglio conservati della civiltà preispanica che dominò le regioni messicane del Golfo del Messico tra il 100 e il 900 d.C. circa. Impressionante l’enorme quantità di campi di pelota (ben 17, il che fa di El Tajin una sorta di Wimbledon preispanica…). Questa città fu il centro in cui si sviluppò il rito dei voladores: una danza rituale effettuata da 5 totonachi in cima a un palo alto 20 metri, un suonatore (che utilizza una sorta di flauto unito a un tamburello) detta i tempi del rito con un motivo che viene ripetuto 4 volte, e quando questi termina, i quattro voladores, sistemati ai quattro punti cardinali della piattaforma in cima al palo, si lasciano cadere volteggiando lentamente, svolgendo una corda fissata alla caviglia e avvolta a spirale attorno al palo. Il rito simboleggia l’avvicendarsi delle stagioni ed è rivolto agli dei della pioggia e del sole. Un tempo si svolgeva solo una volta all’anno, ma oggi i turisti possono assistervi ogni giorno.  

Lasciata El Tajin, ci siamo diretti a Poza Rica e dopo una cena a base di enchilada de pollo, ci siamo imbarcati per un’altra lunga notte di viaggio in autobus: meta Villahermosa, capitale dello stato del Tabasco, da cui transitiamo diretti a Palenque, nel nord del Chiapas (in tutto un altro migliaio di km per una dozzina di ore di viaggio). Il paesaggio che ci accoglie all’alba del 1 dicembre dai finestrini dell’autobus è quello delle tipiche pianure alluvionali e delle numerose lagune e zone paludose del Tabasco, che preludono alle folte foreste tropicali del nord del Chiapas.  

La nostra prima tappa nello stato messicano coincide con un giorno particolarmente significativo e critico per il Messico: l’entrata in carica del nuovo presidente Calderon, oggetto da mesi di proteste e minacce di insurrezione da parte degli oppositori che contestano i risultati elettorali. Fortunatamente le rivolte della capitale messicana e i tumulti all’interno del parlamento non sembrano avere grande eco nel resto del paese. Al contrario, i locali con cui abbiamo occasione di parlare sembrano ritenere le questioni politiche alquanto distanti dal loro vivere quotidiano 

Arrivati a Palenque ci dirigiamo (grazie al prezioso consiglio di alcuni amici che ci hanno preceduti nel viaggio…grazie Ale!) verso il villaggio di El Panchan, dove troviamo rovine tra le più affascinanti dell’impero Maya. El Panchan, nata come comunità di bohemien messicani e occidentali immersa nella giungla, ospita oggi anche alcuni servizi per turisti, qualche cabaña di legno con tetto di lamiera, un baretto e un paio di ristoranti. Finalmente, dopo aver trasformato come dei piccoli Mc Gayver la nostra spoglia camera, ci siamo immersi nella tribù dei viaggiatori zaino in spalla, trascorrendo una serata in chiacchiere poliglotte al bar di Martin, appena aperto e spartano.  

La mattina seguente, carichi della nostra razione giornaliera di frutta (la nostra dieta prevede giornate a rimpinzarci di papaja, aguacate, cocco, banane e pompelmi e cene provando le specialità locali), ci dirigiamo verso le rovine di Palenque, tra il 200 e il 900 d.C. una delle più ricche e fiorenti città Maya. Decidiamo di affidare i nostri passi alla sapiente guida di un giovane contadino locale, Rodrigo, che da venerdì a domenica lavora come guida al sito archeologico per sostentare la sua giovanissima famiglia (moglie e bambina di poco più di un anno). La scelta si rivela ottima, visto che grazie a Rodrigo riusciamo a scoprire le bellezze ancora inghiottite dalla giungla ed a fare una veloce panoramica delle piante tropicali da cui gli sciamani ancor oggi traggono sostanze medicinali e curative.  

Dopo il mattutino tour della giungla (che nasconde oltre il 96% delle rovine di Palenque: solo 2 km quadrati su più di 20 sono stati ripuliti e parzialmente ristrutturati), dedichiamo il pomeriggio alla visita della parte di rovine liberate dalla foresta…accompagnati da un vero e proprio diluvio tropicale. La pioggia incessante ci ha permesso di apprezzare ulteriormente la bravura della nostra guida, senza il prezioso appoggio della quale non avremmo potuto godere appieno dello splendore dell’antica città Maya, sommersi dai torrenti d’acqua che il cielo messicano ha deciso di rovesciarci in testa.  

Purtroppo la pioggia torrenziale ci ha tenuto compagnia anche nei due giorni seguenti, sabato 3 e domenica 4 dicembre: la foresta ha però il suo indubbio fascino anche nel mezzo di un diluvio tropicale! Visitate ancora le splendide rovine, salutati Rodrigo e famigliola e smontata la nostra cabaña di tutti i confort (…), carichiamo armi e bagagli e ci dirigiamo, dopo una lauta cena, verso Tulum, prossima meta del nostro viaggio.  

Arriviamo nella cittadina dello stato del Quintana Roo dopo un’altra (e questa volta scomodissima) notte di autobus. Decidiamo di sistemarci fuori dal pueblo, in uno dei complessi di cabañas che vanno dal centro del paesino sino alle rovine Maya di Tulum. Sistemata anche questa volta la nostra, ancora più spartana della precedente, capanna (quattro pareti sconnesse di tronchi, un tetto di foglie e pavimento di sabbia bianca), con un’opera degna del miglior Leonardo (un sistema di corde e tiranti per fissare amache, pile e zanzariere), possiamo finalmente godere dello splendido scenario della playa di Tulum: una lingua di spiaggia di un bianco abbacinante che si tuffa nell’azzurro turchese del mar dei Caraibi, contornata da palme da cocco e capanne di legno (tra cui la nostra, a non più di 20 metri dal mare…). Dalla spiaggia si possono ammirare anche le rovine Maya: uno spettacolo unico, visto che Tulum e`l’unico esempio di città portuale del popolo preispanico.  

Le rovine incredibilmente affascinanti per la posizione a picco sul mare fanno da splendida cornice a due giorni di puro ozio passati tra bagni nel caldo mare e spuntini a base di latte di cocco appena caduto dalle palme, degnamente conclusi da splendide serate trascorse in riva al mare a goderci lo spettacolo della luna piena riflessa dalla sabbia bianchissima.  

Martedì 6 dicembre è anche un’occasione particolarmente importante per il trio: il compleanno del membro anziano del gruppo, Simone, che alla 28esima occasione può finalmente festeggiare un compleanno in costume da bagno.  

Dopo un mercoledì di mare e sole, giovedì mattina decidiamo di noleggiare una macchina per visitare le non vicinissime rovine di Chichen Itza, il sito Maya forse più noto e visitato (soprattutto per la vicinanza con la iper-turistica Cancun, che i messicani hanno ribattezzato "gringolandia"). Scegliamo un tipico maggiolino VolksWagen anni ’70, sia per l’economicità, sia per restare attaccati alla realtà che stiamo vivendo.  

Circa 150 km di strada dissestata e arriviamo a Chichen Itza: la città, estesa su una superficie di oltre 30 km quadrati, ospitava la piramide Maya (El Castillo) più imponente e grandiosa che sia stata rinvenuta, divenuta l’icona più conosciuta del Messico preispanico. Chichen Itza, con i suoi mille templi, palazzi principeschi, strutture civili, commerciali e religiose, è uno splendido esempio delle fasi successive che hanno caratterizzato l’evoluzione delle civiltà precolombiane, oltre a testimoniare della fertile fusione delle due maggiori culture della penisola yucateca, quella Maya e quella Tolmeca. La bellezza del sito archeologico non è ofuscata nemmeno dalle orde di turisti che giungono incessantemente da Cancun e dalle loro navi da crociera, la cui invadenza ha costretto i curatori di Chichen Itza ad impedire l’accesso all’interno della piramide e degli altri monumenti.  

Sulla strada che ci riconduce a Tulum incrociamo una decina di poverissimi puebli, niente più che quattro case di legno e lamiera ai lati della strada, la cui unica ragion d’essere è quella di trovarsi su una via che collega due località turistiche. Soprattutto nel sud del Messico la realtà sociale ci appare esattamente questa: dove arrivano i dollari e gli euro dei turisti, attratti dalle rovine delle civiltà distrutte e dalle acque cristalline dei mari messicani, la gente gode di una modesta ricchezza e di un benessere più o meno diffuso. Ma appena si esce anche solo di pochi km dalle rotte turistiche, la realtà che appare è quella di un paese che vive al confine tra mondo sviluppato e terzo mondo, in cui la stragrande maggioranza della popolazione vive di agricoltura e pastorizia di sussistenza. E ciò che più colpisce è che coloro che versano nelle condizioni socio-economiche peggiori siano proprio i discendenti delle splendenti civiltà che dominarono questa parte del mondo per oltre due millenni prima della conquista (o, meglio, invasione) europea.  

Ci fermiamo per cena in uno di questi puebli, prima di passare quella che sarà l’ultima notte nella nostra cabaña sulla spiaggia di Tulum. Venerdì 8 dicembre abbiamo deciso di recarci nel villaggio di pescatori di Punta Allen, una 50ina di km a sud di Tulum, in cui staremo un paio di giorni per visitare l’attigua Reserva de la Biosfera e per gustarci pranzi e cene a base di pesce appena pescato, prima di proseguire il nostro viaggio verso sud, il Belize e il Guatemala. Quindi, alla prossima puntata, e un saluto a tutti dal trio messicano!

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 11 dicembre 2006
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