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Rifondare il Pd

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8 maggio 2013

Gentile direttore,
le recenti elezioni hanno sancito la fine del bipolarismo e imposto una condizione di ingovernabilità, caratterizzata dalla presenza di tre minoranze rilevanti, ma poco propensi a mettersi d’accordo. Gli elettori hanno premiato l’antipolitica, che venti anni fa aveva i volti di Berlusconi e di Bossi, oggi quello di Grillo. Il vero sconfitto è, però, il PD, che non è risultato credibile né come rinnovatore delle istituzioni, né come partito della società.
La mancata vittoria del centrosinistra culminata con lo spettacolo indecoroso e vergognoso dell’uccisione dei due padri fondatori del Pd e dell’Ulivo, Marini e Prodi, candidati alla Presidenza della Repubblica, e la rielezione di Napolitano, con le immediate dimissioni irrevocabili di Bersani, hanno messo in luce le divisioni, le rivalità, le miserabili ambizioni dei vari capi corrente con il rischio d’implosione e di scissioni del PD.
Questa grave crisi del Partito democratico ha gettato nello sconforto e nella rabbia i militanti, gli iscritti e i votanti del centro-sinistra, che hanno occupato le sedi del partito, reclamando un azzeramento dei “vecchi” dirigenti e un congresso a breve termine per uscire dalla grave crisi.
Ciò però fa ben sperare perché significa che il popolo di sinistra e la sua opinione pubblica e soprattutto i giovani del Pd non vogliono rassegnarsi alla fine del partito.
La prossima assemblea nazionale del Pd dovrà prendere atto delle dimissioni di Bersani ed eleggere un nuovo segretario. Il dibattito sulle sorti del partito si va ogni giorno sempre più intensificando, e c’è qualche dirigente del Pd, Cofferati, ad esempio, che teme che le divisioni ulteriori portino ad un suicidio del Partito.
E’ da tempo che vado denunciando questo stato di cose e tutta la mia contrarietà ad un partito “feudalizzato” in correnti; ma francamente non volevo essere profetico al di là di quanto io stesso mi augurassi, né pensavo che saremmo arrivati in così breve tempo a mettere in crisi l‘esistenza stessa del Pd! Oggi siamo arrivati alla fine di un progetto politico mal nato e mal strutturato.
“Messi di fronte alla prima vera responsabilità nazionale da quando siamo nati”- dice Bersani – nella prima intervista concessa a l’Unità, dopo le dimissioni – “abbiamo mancato la prova”.
Come se ne esce? Se “l’amalgama non è riuscita”- come diceva qualcuno – non se ne esce separandoci e mettendo insieme i social – comunisti con i social – comunisti; i democristiani con i democristiani e con scelta civica. Né eleggendo a segretario Matteo Renzi, facendolo dimettere da Sindaco, e magari bruciandolo come è accaduto già per Veltroni a suo tempo.
Non possiamo ripetere questi errori qui non c’è da aspettare un altro Mosè che traghetti il partito verso la terra promessa: non ci sono scorciatoie davanti a noi o ci rinnoviamo tutti in finalità, contenuti e metodi, facendo anche spazio agli altri e a quelli che sono stati emarginati o periremo tutti assieme.
La situazione è grave e pesante e come democratici abbiamo toccato il fondo. Nonostante ciò penso che in questo frangente si debba fare ancora appello al “pessimismo dell’intelligenza e all’ottimismo della volontà”, confortati dal fatto, come ci insegna il poeta tedesco Friedrich Hölderlin, che “Là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva.”
A questo punto sorgono alcuni quesiti: è possibile salvare il progetto di un partito nato per fare uscire il Paese dal berlusconismo e ridare una speranza agli italiani o dovremo rassegnarci a morire tutti berlusconiani? Può questo benedetto partito rinascere a nuova vita? Si può rifondarlo su basi nuove e solide, scuotendolo dal torpore programmatico, dalla vaghezza ideale e dal blocco correntizio e personalistico di questi anni, dandogli un’anima?
Io penso di sì a condizione come dice Nietzsche che se si “vuole rinascere a nuova vita bisogna morire a se stessi”. Che cosa deve morire? Che cosa vuol dire Nietzsche con questo suo aforisma? L’indicazione che se ne ricava è che, se vogliamo rifondare qualcosa, e nel caso nostro il Partito, bisogna far definitivamente morire quell’‘amalgama mal riuscita’, tra le tre componenti ex- comunista, ex- socialista ed ex-democristiana e questo dovrà essere il compito prioritario del prossimo congresso.
La rifondazione dovrà essere finalizzata a ridare finalmente un’anima al Pd che non potrà essere né quella comunista, né quella democristiana, né quella socialista; ma una nuova anima riformista e socialdemocratica che tenga conto della migliore tradizione di “ciò che è ancora vivo ed utile” di queste tre componenti; sapendo però che questa è una condizione necessaria ma non sufficiente in quanto “chi è venuto prima ha fatto molto, ma non ha fatto tutto”, ci ricorda Seneca.
Il mondo di oggi è un mondo inedito e complesso che ha bisogno di categorie di pensiero e di analisi nuove, forme nuove di comunicazione e di organizzazione politica; e questo dovrà essere l’obiettivo politico e culturale del nuovo congresso.
Nella comunicazione bisognerà continuare a “guardare negli occhi” i cittadini, ma bisognerà anche tener conto dei “vecchi media”: giornali, radio e Tv, sapendo che ancora l’80% dei cittadini si orienta politicamente con la televisione e che i “nuovi media” sono ormai lo “specchio del tempo”. “Il web”- dice G. Riotta – “che richiedeva prima un computer da tavolo, poi la borsa e oggi, arriva in tasca con i cellulari, muta ogni sei mesi, i social media che scandiscono la nostra vita erano sconosciuti solo dieci anni fa”. Di questo bisognerà farsene una ragione.
Il Partito che dovrà uscire dal congresso non potrà essere un partito più leggero, né di un solo leader che non c’è più, ma un moderno corpo intermedio capace di usare sedi istituzionali, case democratiche, rete e vecchi e new media.
Il richiamo di Pierluigi Bersani al fatto che “senza un ordine non esiste un partito,” non significa un ritorno al vituperato “centralismo democratico” né tanto meno deve significare mantenere in piedi quell’anarchismo correntizio, così diffuso nel Pd oggi, che tanti danni ha fatto e sta facendo al partito e all’Italia.
Il rispetto delle decisioni assunte è un dovere per tutti. Un minimo di disciplina è necessario in tutte le associazioni, dice Socrate, anche in quelle finalizzate a delinquere. Perché – ricorda il filosofo – se nessuno rispetta ruoli, compiti e direttive anche la società a delinquere va a farsi benedire.
Perciò ogni militante del nuovo e rifondato Pd dovrà sapere, come ricorda Bersani – “che se scegli di entrare in una libera associazione, decidi di devolvere a una comunità almeno una parte delle tue convinzioni, delle tue aspirazioni, delle tue ambizioni”.
Il prossimo, vero congresso dovrà servire a riscrivere e costruire un “nuovo ordine” un nuovo progetto politico in grado di superare le correnti e ricostituire il senso di una relazione che tenga insieme: pluralismo, autonomia di giudizio, affidabilità, lealtà, solidarietà, spirito di appartenenza e di coesione.
Romolo Vitelli

Romo Vitelli

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