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«Vivo in Italia da 15 anni, non ho mai lavorato in nero e oggi faccio la pizza meglio degli italiani». Il tunisino Hammami Sadok ha 36 anni, è il proprietario della pizzeria al trancio e gastronomia in centro città, situata vicino al "Cinema Saronnese": un locale dove il tunisino cucina pizza e focacce. Sadok è anche uno dei fondatori della scuola di arabo per bambini che oggi conta più di una settantina di iscritti. Vive perfettamente integrato nella città e secondo lui non è difficile convivere con gli italiani, basta rispettarsi l’un l’altro, ma soprattutto rispettare le proprie culture. Sadok vive a Saronno da più di dieci anni, ha una moglie, anche lei tunisina, e una figlia di un anno e mezzo, Rayen, nata prematuramente dopo poco più di sei mesi di gravidanza. «Non pesava nemmeno un chilo e devo solo ringraziare dio e i medici se oggi sono qui a lavorare felice per la mia famiglia».
Come sei giunto in Italia? «Alla fine degli anni ’80 non era ancora obbligatorio il visto e sono arrivato come turista, ma deciso a mettermi a lavorare. Avevo solo vent’anni, volevo cambiare e migliorare la mia vita. E così mi sono fermato in Puglia per lavorare nell’agricoltura: raccoglievo pomodori e olive».
E poi cosa è successo? «Nel ’90 è arrivata la legge Martelli e a Foggia ho fatto subito il permesso di soggiorno. Se volevo rimanere in Italia dovevo stare attento alle leggi, così ero perfettamente in regola. Dopodiché sono venuto nel Nord e ho lavorato per qualche mese come muratore. Poi, alla fine del ’90, ho trovato un impiego a Turate come operaio in una ditta di prefabbricati. Ero assunto in regola e ho iniziato a vivere a Saronno. Da quando sono in Italia non ho mai lavorato in nero».
Come è stato lavorare in fabbrica? «Mi piaceva e mi dispiace che la ditta sia stata chiusa nel ’99. I proprietari avevano parecchia fiducia in me, tanto che negli ultimi anni ero diventato anche caporeparto. Il lavoro era faticoso, ma mi piaceva».
Come sei diventato un pizzaiolo? «Quando gli operai sono stati messi in mobilità ho saputo che esisteva una legge con la quale potevo chiedere l’anticipo dei soldi della mobilità per avviare un’attività in proprio. E così ho fatto: con i soldi della liquidazione ho rilevato l’attività a un italiano»
Perchè mettersi in proprio e non cercare un altro lavoro come dipendente? «Due milioni al mese come operaio cominciavano a non bastare più per mantenere dignitosamente una famiglia. Volevo fare di più e ho pensato di rischiare. Mi sembrava la cosa migliore da fare».
Come è andata? «È stata dura. I primi due anni abbiamo avuto molte difficoltà, soprattutto economiche. Siamo arrivati persino a pensare di chiudere tutto. Ma poi le cose sono cambiate a adesso va bene. Nell’ultimo anno la situazione è decisamente migliorata».
Come hai imparato a fare la pizza? «Quando ho rilevato l’attività il vecchio proprietario si è fermato con me qualche mese per insegnarmi il mestiere. Non è stato difficile e adesso faccio la pizza meglio di lui» (assaggiamo: è davvero buona, ndr)
Problemi con gli italiani se ne sono mai verificati? «No, non ho mai avuto problemi. Io sono buono e rispettoso con loro, e loro lo sono con me. Fin da quando sono venuto in Italia ho pensato che se non c’è integrazione, non ci può essere vita. Io mi sento integrato al cento per cento».
A Saronno, la situazione nei confronti degli stranieri sembra essere piuttosto delicata… «A me non sembra. Quelli che conosco sono tutte brave persone piene di voglia di lavorare. Non è giusto che per colpa di quattro incivili ci vadano di mezzo tutti. Non siamo tutti uguali e gli italiani dovrebbero capirlo. Gli stranieri che vengono qua non hanno un punto di riferimento. Alcuni stranieri dovrebbero sorridere di più e capire che sono ospiti in un altro paese. Gli italiani, da parte loro, dovrebbero ascoltare maggiormente queste persone e non pensare che sono tutti uguali».
Come migliorare la situazione? «Con il rispetto reciproco. Alcuni stranieri mi dicono che gli italiani sono razzisti e io rispondo loro che se si rispettano le regole e i modi di vivere, nessuno è razzista. Se si vuole l’integrazione bisogna avere rispetto e non, ad esempio, fare casino in piazza di fronte alla Chiesa. Per me la Chiesa è un posto sacro esattamente come la Moschea: come rispettiamo la nostra religione, dobbiamo rispettare anche quella degli altri».
Sei uno dei fondatori del centro diurno della comunità islamica, giusto? «Uno dei tanti. Volevamo dare un punto di riferimento a tanti che non ce l’hanno. Volevamo un posto dove poter andare a leggere un libro. Un posto dove poter trovare qualcuno con cui parlare e pregare».
C’è anche la scuola di arabo per bambini… «Si svolge tutte le domeniche mattina. Ci sono una settantina di ragazzi tra i 5 e i 20 anni. Si insegna loro la lingua araba e la cultura araba, perché è giusto non perdere le proprie tradizioni. Per questo bisogna ringraziare anche il Comune che ha messo a disposizione lavagne e banchi e ne siamo molto contenti. Tra poco, però, vorremmo chiedere qualche spazio in più per le lezioni della domenica mattina. Si comincia a essere in tanti»
(3. continua)
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