Capitano, mio Capitano. La leggenda del guerriero zoppo

Armando Picchi da Livorno, era un libero di quelli che il pallone ce lo hanno prima nel cuore e poi tra i piedi. Il suo nome è rimasto legato alla Grande Inter, quella di Moratti ed Herrera, di cui era capitano e leader morale

Il giocatore lo riconosci dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia, canta Francesco De Gregori ne "La leva calcistica del ’68".
Armando Picchi da Livorno, era tutto questo e anche di più. Era un libero –  gente pregiata nel calcio- di quelli che il pallone ce lo hanno prima nel cuore e poi tra i piedi. Il suo nome è rimasto legato alla Grande Inter, quella di Moratti ed Herrera, di cui era capitano e leader morale. Il suo viso scavato da marinaio livornese divenne la bandiera di una compagine che ha fatto la storia del calcio italiano. Lui ne era il Capitano. Un carisma che si era conquistato in campo e nello spogliatoio, per i suoi tackle e per i suoi discorsi, per le sue chiusure perfette in difesa e per la generosità dei suoi rilanci verso i compagni. Si scontrò con un altro grande, Herrera, il Mago. Grandi entrambi sì, ma profondamente diversi nel modo di sentire la vita. Una diversità che a Picchi costò il posto in squadra e il trasferimento in provincia, al Varese, quello di patron Borghi.

Il destino non fu tenero con il Capitano. Un grave incidente, durante un incontro con la Nazionale, ne stroncò la carriera. Correva il 6 aprile del 1968, a Sofia si giocava Bulgaria- Italia, era l’andata dei quarti di finale degli Europei. Al 24mo minuto del primo tempo Picchi intervenne a chiudere una discesa del mediano Yakimov. Uno scontro terribile. Lo portarono  negli spogliatoi, aveva rimediato una commozione cerebrale. Lui chiese di rientrare e rientrò. Si mise all’ala, sulla fascia. Rimase fermo, "immobile come una statua", senza poter intervenire, forse senza capire nemmeno il perché. Era ritornato in campo con una commozione cerebrale e con l’osso pubico fratturato.

Dopo aver vinto tre scudetti, due coppe europee e due coppe intercontinentali, poteva diventare un grande allenatore. Un passaggio naturale per uno come lui che, prima nell’inter e dopo nel Varese, allenatore lo era già stato. Un faro in campo, che indicava ai compagni la rotta da seguire.
Iniziò sulla panchina del suo Livorno, serie B, nella stagione  1969-70, a campionato iniziato. Gli amaranto navigavano in cattive acque, ultimi dopo il girone d’andata. Lo chiamò il fratello Leo e il Capitano rispose. Il Livorno si salvò, chiudendo al nono posto. Poi arrivò la proposta di Italo Allodi, figura storica del calcio nostrano, volpe del mercato,  architetto della Grande Inter. Era la stagione 1970-71, e a 35 anni Picchi, il più giovane allenatore della serie A, sedeva sulla panchina della Signora più blasonata e temuta d’Italia, quella bianconera.
In quella Juventus muovevano i primi passi giovani di belle speranze che sarebbero diventati campioni:  Franco Causio, leccese sanguigno dal talento cristallino;  Roberto Bettega, il Charles minore, che in area  avversaria svettava sempre su tutti; Fabio Capello che disegnava belle geometrie a centrocampo; Pietruzzo Anastasi il saraceno, bomber di razza eccelsa.
Armando Picchi su quella panchina durò pochi mesi e non per suo demerito. Quei dolori alla schiena che si facevano ogni giorno più intensi, non erano semplici reumatismi, come lui pensava. Un male incurabile lo stava minando dal di dentro, fino a fargli perdere l’uso delle gambe. Morì il 26 maggio, mentre i suoi ragazzi erano a giocarsi la finale della coppa delle Fiere, quella che noi oggi chiamiamo Coppa Uefa, contro il Leeds.

Armando Picchi detto Penna Bianca, nomignolo affibbiatogli da un altro grande, Gianni Brera, è stato un campione di quelli che non se ne vedono più, e non perché il passato è sempre meglio del presente, ma perché una volta il mondo del calcio era altra cosa e anche i figli che generava erano altra cosa. Quel mondo ha provato a raccontarcelo Nando Dalla Chiesa. È la seconda volta che ci tenta, lo aveva già fatto – splendidamente – con Gigi Meroni, la farfalla granata, altro mito e meraviglia del fulball desaparecido .

Il risultato è un libro bello e commovente, pennellate di bianco e nero che ci rimandano una figura eroica in campo e anche fuori, amata dai compagni, porto e sicuro approdo non solo di passaggi e palloni, ma di speranze e aspirazioni di intere generazioni di  tifosi.
È passione pura quella che guida il racconto di Nando Dalla Chiesa. Passione di tifoso e di uomo impegnato nella società civile, di chi sa riconoscere il valore aggiunto che figure come quella di Armando Picchi apportano alla storia.

Il libro
Nando dalla Chiesa

"Capitano, mio Capitano"
La leggenda di Armando Picchi, livornese nerazzurro
Limina
Arezzo 1999
pp. 159
€ 12,91

L’autore
Nando Dalla Chiesa
insegna sociologia economica all’Università Statale di Milano. Già direttore del mensile «Società civile», è coordinatore del movimento politico «Italia democratica» e deputato dell’Ulivo. Oltre che come autore di saggi sociologici e politici, è noto come narratore civile. Ricordiamo: Delitto imperfetto (Mondadori, 1984), Storie di boss ministri tribunali giornali intellettuali cittadini (Einaudi, 1990), Il giudice ragazzino (Einaudi, 1992), da cui è stato tratto il film omonimo, I trasformisti (Baldini&Castoldi, 1995), La politica della doppiezza (Einaudi, 1996) e Storie eretiche di cittadini perbene (Einaudi, 1999). Per la narrativa sportiva ha pubblicato nel 1999, sempre per Limina, Capitano, mio Capitano – La leggenda di Armando Picchi, livornese nerazzurro.

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Pubblicato il 30 Novembre 2004
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