Dio si accontenterà della strada, gli uomini no
La questione moschea è una storia infinita. Il 10 settembre inizia il mese sacro dei musulmani e la soluzione è ancora lontana
I padri, ancora in vacanza, sono arrivati con i figli. Vestiti della festa, di bianco. Alcuni con camicie sgargianti, leopardate, e copricapi luccicanti, come si conviene alle celebrazioni importanti. E quella di via degli Aceri lo è. Nel magazzino della protezione civile si terrà l’ultima preghiera dei musulmani sotto un tetto certo. Il tempo concesso dall’amministrazione comunale è scaduto e così ricomincia «la diaspora» alla ricerca di un luogo dove pregare Allah.
L’Imam inizia alle 12 e 30, dopo l’ultima chiamata di un improvvisato muezzin. I pakistani arrivano per primi. Molti fanno i commercianti e così possono gestirsi il tempo più facilmente. Piano, piano quel cubo di cemento con gli scaffali in ferro, si riempie di marocchini, algerini, nigeriani, senegalesi e tunisini.
La «moschea a scadenza» è a ridosso del canile municipale e il latrare continuo dei cani copre la voce dell’imam. Gli viene dato un microfono e le parole rimbombano con durezza tra stivali, cartelli di pericolo, tubi e funi. È il materiale che serve alla protezione civile nei suoi interventi. «Un anno fa la questione moschea era un’emergenza e come tale è stata trattata, appunto, affidandola a noi. Sono stati corretti, hanno sempre messo in ordine tutto» dice Silvia Buono coordinatrice della protezione civile.
I bambini imitano i padri, per loro è come un gioco. Si inginocchiano con un occhio rivolto all’Imam e l’altro rivolto ai fotografi. I ragazzi più grandi sembrano preoccupati. L’attenzione di tutti quegli estranei, giornalisti e poliziotti in borghese, che li osservano in silenzio, non è un buon segno.
La moquette rossa provvisoria accoglie le suppliche ad Allah e alle 13 inizia la predica. L’arabo è una lingua aspra anche quando dice cose dolci. Non tutti la parlano. «Io sono pakistano e non la capisco» dice Mohamed. Nell’accordo siglato a febbraio in prefettura, i musulmani si erano impegnati a tradurre in italiano le prediche.
«Di solito lo facciamo, ma non c’era tempo, alcuni dovevano tornare a lavorare. L’Imam ha avuto parole buone e distensive. Dice di avere pazienza che Dio troverà la soluzione. Io sarei stato più duro» dice, ridendo, Hamid Khartaoui, rappresentante della comunità islamica di Gallarate.
Alle 13 e 30 la soluzione non arriva e i fedeli, come se fossero gli operai di una ditta di traslochi, ringraziano Allah e iniziano a smontare la loro moschea. Sollevano la moquette e la caricano sul furgone. Qualcuno dice che porterà tutto a casa sua, ma che non ha intenzione di trasformare il salotto in un luogo di preghiera.
Il 10 settembre inizierà il periodo del Ramadan, mese sacro per i musulmani. E se per quella data gli uomini non si metteranno d’accordo, il buon Dio dovrà accontentarsi della strada.
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