L’intelligenza è la vera ricchezza di una comunità
Adriano De Maio, ex rettore del Politecnico, ha tenuto la "lectio magistralis" per l'apertura dell'ottava edizione del Master in Merchant banking
Una “lezione magistrale” di Adriano De Maio, già Rettore del Politecnico di Milano sul tema delle strategie di ricerca e di innovazione, per l’Inaugurazione dell’ottava edizione del master in Merchant Banking dell’Università Carlo Cattaneo – LIUC.
Dopo altri temi toccati gli scorsi anni, direttamente attinenti gli argomenti del master e cioè la finanza innovativa, si è scelto quest’anno – ha spiegato la Direttrice del master, Anna Gervasoni – di toccare un tema che ha a che vedere con l’economia industriale. Un tema quindi “retrostante” rispetto a quello della finanza aziendale, che ne è invece un corollario. E il prof. De Maio ha subito spiegato lo stretto legame esistente tra la ricerca e l’innovazione, da un lato, e il successo, dall’altro. Il successo delle imprese, così come di ogni altra organizzazione ed attività dell’uomo. L’innovazione è legata alla capacità di sviluppare idee originali. Idee che possono essere intuizione ma anche imitazione intelligente o sviluppo di idee migliorabili. Le idee originali possono anche dare luogo a insuccessi: che non devono spaventare, ma dai quali occorre imparare. Importante tanto se non più delle idee, è però la ricerca. Essa infatti è il serbatoio principale dell’innovazione perché genera innovazioni radicali, non incrementali (come nel caso delle idee) e conoscenze ricche e consolidate. La ricerca genera anche e permette l’acquisizione e il mantenimento delle risorse pregiate: le persone di valore che sono la ricchezza di una “comunità”.
Adriano De Maio ha ricordato, in proposito, la tesi di Carlo Cattaneo, al quale è intitolata l’Università di Castellanza, per il quale la vera ricchezza di una “comunità” è data dall’intelligenza e dalla volontà degli uomini più ancora che, come sosteneva allora la scienza economica classica, la disponibilità di capitale e di lavoro.
Nell’era della complessità e della globalizzazione è fondamentale anche per la ricerca, in particolare quella applicata, saper coniugare armoniosamente i tanti aspetti di cui essa si compone. Su questo punto – ha sostenuto il prof. De Maio – nel nostro paese siamo frenati dalla tendenza corporativa che si manifesta in tanti ambiti. Ed ha portato un esempio. “Quanto tentai di inserire nella Facoltà di Ingegneria del Politecnico un insegnamento di biologia, ritenendo che le nuove frontiere della cosiddetta nano-medicina, cioè l’utilizzazione delle nanotecnologie per le cure mediche, richiedeva l’incontro scientifico e collaborativo tra biologia e ingegneria mi scontrai con chi riteneva trattarsi di discipline scientifiche così lontane tra loro da non potere essere accostate. Due discipline che richiedevano di essere studiate nell’ambito, ciascuna, di un corso di laurea deputato, nel primo caso nella tecnologia, nel secondo caso nelle scienze naturali”.
L’Italia, ha aggiunto, è l’unico paese al mondo ad avere queste separazioni nette nell’ambito delle istituzioni preposte alla trasmissione del sapere e della ricerca. E questa è una circostanza negativa. Un altro limite alla ricerca che si sviluppa nel nostro paese è dato dalla nota scarsità delle risorse, come se la ricerca fosse un lusso. Così, quando si devono tagliare risorse, si taglia la ricerca. La colpa è anche dei ricercatori che non sanno far capire qual è l’utilità del proprio lavoro, quali sono i risultati concreti della ricerca e le sue applicazioni. Le risorse, comunque, non sono mai un problema e, oggi, in Italia, se aumentassero le risorse senza che vi sia un disegno strategico nel settore della ricerca, ci troveremmo di fronte ad uno spreco.
Poi, c’è in Italia una cultura prevalente che privilegia i deboli e questo fa si che vengano distribuite risorse a pioggia. E’ un errore, occorre premiare gli enti di ricerca migliori. Infine, si deve cominciare ad entrare nell’ottica che la ricerca deve essere venduta, deve avere un ritorno economico.
A quest’ultimo proposito, De Maio ha però anche avvertito che il ritorno dell’investimento in ricerca è lungo, a volte molto lungo e che le imprese che fanno ricerca devono essere quindi sostenute. Talvolta, le imprese impegnate nella ricerca evitano di quotarsi in Borsa e questo perché la Borsa, imponendo le cosiddette “Trimestrali”, finisce indirettamente per costringere le imprese ad inseguire una redditività di breve periodo. Ecco allora l’utilità, ha sottolineato lo stesse De Maio, di un master come quello in Merchant Banking, che prepara professionisti in grado di aiutare le imprese nella ricerca di finanziamenti alternativi a quello del mercato borsistico.
Qual è lo stato della ricerca in Italia? Secondo il prof. De Maio, nel nostro paese esistono centri di ricerca di eccellenza in grado di dare dei punti a quelli presenti all’estero. Il nostro elemento di forza sta nella cultura della multidisciplinarietà che ha sempre improntato il nostro sistema scolastico e il peso dato alle materie umanistiche accanto a quello tecnico-scientifiche, anche nelle scuole professionali. La cultura della “connessione” si traduce in capacità di gestire sistemi complessi e oggi, nella complessità che caratterizza l’era moderna, ciò è fondamentale. C’è però un progressivo degrado – ha avverto – nel livello di conoscenza, nei comportamenti, negli aspetti qualificanti di questa multidisciplinarietà e una strategia di ricerca richiede che si ricominci a ben impostare il sistema scolastico fin dalla prima elementare.
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