Carlo Airoldi, un’incredibile storia olimpica

Nel 1896, il corridore nato a Origgio si fece da Milano ad Atene a piedi, ma gli fu impedito di partecipare alla maratona. In una lettera «Vedere il primo arrivare fu il più grande dolore della mia vita»

“Vedere arrivare il primo in mezzo a tanta festa ed io non poter correre per delle ragioni assurde, fu il più grande dolore della mia vita”. Sono le parole di Carlo Airoldi, nato a Origgio, il ragazzo che 26enne, nel 1896, si fece da Milano ad Atene a piedi per partecipare alla maratona delle prime olimpiadi. Parole che scrisse a un giornale milanese per descrivere quanto accaduto quando vide tagliare il traguardo dal vincitore della gara, il greco Spiridon Luois.
A pochi giorni dall’inizio delle olimpiadi di Pechino non si può non raccontare questa incredibile storia. All’età di 26 anni, nel 1896, Carlo Airoldi, grazie a una grande passione per la corsa, decise di partecipare alla Maratona delle prime olimpiadi volute dal barone  Pierre De Coubertin secondo precisi ideali.

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Carlo era un semplice operaio, figlio di contadini. Non aveva soldi per pagarsi il viaggio fino in Grecia. Ebbe così una grande idea: compiere il viaggio, a piedi, da Milano ad Atene, facendosi sostenere da un giornale sportivo, La bicicletta, al quale promise la corrispondenza della propria avventura: «Sono circa 2000 chilometri – disse Airoldi al direttore del giornale per convincerlo a sostenerlo -, ch’io intendo coprire in un mese, sfidando qualunque corridore e qualunque cavallo. Sono anzi sicuro di batterli almeno di ventiquattro ore».

Ed ecco che a poco più di un mese dall’inizio dei giochi olimpici, il 28 febbraio del 1896, Carlo partì per la Grecia. Freddo e gelo, pioggia e vento, non fermano la sua avventura. Tutto procedette bene, fino alle terre impervie e ostili dell’Albania. Il nostro eroe fu costretto, dopo diverse disavventure, rischiando anche la vita per colpa dei briganti, a prendere un piroscafo che lo portò a Patrasso. Dove proseguì a piedi fino ad Atene.
Airoldi arrivò nella capitale greca i primi di aprile, giusto in tempo per l’inizio dei Giochi Olimpici. Ma la sua fama arrivò prima di lui, provocando molta preoccupazione e apprensione tra gli organizzatori greci: per loro la maratona era la gara simbolo di quelle competizioni e a vincerla doveva essere sicuramente un greco.

Carlo venne intervistato da numerosi giornali e le sue affermazioni decise non passarono inosservate agli organizzatori del comitato olimpico. Il giorno prima della maratona venne così convocato dal Comitato che gli pose la fatale domanda: “Avete mai ricevuto soldi dopo una vittoria per una corsa?”.
Carlo rispose di sì, con sincerità, ignaro delle conseguenze a cui andava incontro. L’anno prima, nel 1895, vinse la Milano-Barcellona, portando sulle spalle negli ultimi chilometri il secondo classificato, colpito da crampi. Gli organizzatori di allora decisero di premiare l’onesto ragazzo con poche lire che servirono per ripagarsi il ritorno a casa in treno.

Il Comitato prese così la propria decisione: l’Airoldi venne così escluso dalla maratona perché considerato professionista: i giochi olimpici, come scritto nella Carta Olimpica redatta da De Coubertin stesso, sono destinati ai dilettanti. A nulla valsero le richieste del consolato italiano e le insistenti proposte di Carlo di correre la corsa anche senza numero. Tutto gli venne negato.
La maratona, gara conclusiva della prima edizione dei giochi olimpici, venne vinta da un pastore greco, Spiridon Louis. Carlo assistette alla gara e nell’ultima missiva mandata al giornale “La bicicletta”, prima del ritorno in Italia, scrisse: «È necessario che io parta al più presto, giacchè ieri ed oggi dura fatica feci a reprimermi. Mi sentivo il prurito nelle mani e non posso tollerare più a lungo i sorrisi ironici di certi villani, ai quali avrei voluto far vedere, se non mi avesse trattenuto il timore di passare per un farabutto, che oltre alle gambe possiedo anche delle buone braccia. Dopo tutto mi consolo perché a piedi vidi l’Austria, l’Ungheria, la Croazia, l’Erzegovina, la Dalmazia e la Grgecia, la bella Grecia che lasciò in me un ricordo indelebile».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 05 agosto 2008
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