“La vera patria dei Rom è la musica”

Presentato il libro di Vania Mancini “Chejà Celen – Ragazze che ballano”. Alle 20.45 lo spettacolo di danze ad Anche Io

Secondo appuntamento ad Anche Io con la letteratura che tratta l’argomento dell’immigrazione e dell’integrazione. Dopo “Salamelle e Kebab – Incontri di culture in una provincia lombarda”, domenica 7 ottobre Vania Mancini (nella foto, accanto a Michele Mancino) ha presentato il suo libro “Chejà Celen – Ragazze che ballano” (ed. Sensibili alle Foglie; 12,00 euro). Nato da un laboratorio di danza per bambine e incentrato sul tema dei Rom e della loro condizione in Italia, il progetto è nato prima che il tema delle comunità ziongare in Italia occupassero le prime pagine dei giornali in seguito alle provvedimenti del ministro dell’Interno Roberto Maroni. “Di fronte a questa campagna contro i Rom – spiega Giuseppe Musolino (nella foto, al centro), presidente di Arci Varese, l’organizzazione che ha portato qui a Varese da Roma questo corpo di danza – la necessità di portare in casa della Lega Nord un esempio positivo di integrazione era diventato ineludibile”. Ed è così che ad Anche Io sono arrivate Vania Mancini – che da 15 anni lavora nei campi rom della capitale con vari progetti di inserimento scolastico dei minori – e le bambine rom che alle 20.45 hanno in programma uno spettacolo di danze con veli, tamburelli e petali di rose. “E’ impossibile – racconta l’autrice – che nel 2008  esistano ancora persone che vivono ai margini della società. Nascono e vivono in Italia da generazioni, sono italiani, ma non hanno i documenti. In pratica si ritrovano ad essere prigionieri nei loro stessi campi”. Il libro raccoglie le storie che Vania ha raccolto in questi anni di lavoro con le ragazze che partecipano a un laboratorio di danza. Con i suoi progetti, che sono realizzati in collaborazione anche con altre organizzazioni come Arci nazionale e Caritas, si è arrivati oggi ad avere a Roma 2.200 minori rom che studiano in oltre 200 istituti. “Abbiamo incontrato tante difficoltà – spiega Vania -. I bambini non sono razzisti, ma se alle spalle hanno famiglie che ragionano a stereotipi, integrare i bambini rom diventa difficile. All’inzio infatti la frequenza scolastica era saltuaria, ma con il tempo siano riusciti a migliorarla e oggi ci sono ragazzi che stanno prendendo il diploma”. Ma i problemi non sono certo scomparsi. “Se in un campo rom abbiamo un centinaio di bambini, dobbiamo suddividerli fra una ventina di scuole perchè non possiamo iscriverne tanti in un solo istituto. Se lo facessimo, le famiglie italiane ritirerebbero i loro figli e si creerebbero sciole ghetto”. Un lavoro questo che secondo Amani Jacques (nella foto, secondo da destra) di Cgil “è importante per abbattere i muri che le istituzioni stanno costruendo. Dopotutto la cultura “altra” è spesso proprio quella che ci aiuta di più a comprendere la nostra cultura”.
E se le parole non bastano, Paolo Terrini di Arci nazionale porta esempi concreti. “La cultura italiana, ma non solo è piena si storia rom. La nonna di Clinton era una rom, Charlie Chaplin era rom e tutte le grandi famiglie circensi italiane sono di origine zingara”.

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Pubblicato il 07 Settembre 2008
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