Salendo verso l’Himalaya

Dai problemi sociali del Bangladesh sovrappopolato all'aria fine delle montagne più alte del mondo, seguendo le tracce del viaggio di Stefano Marcora

Quando ho iniziato il mio primo viaggio? Forse a 18 anni in autostop da solo dormendo a casa di amici e, un paio di volte, nei campi di frumento. Il passaggio repentino da Varese a Dhaka è stato sicuramente una bella botta. Non la piu’ difficile (c’è l’America Latina ed io, ancora ventitreenne) ma sicuramente un’esperienza ricca. Bisogna sempre riabituarsi a certe realtà… In Bangladesh ho avuto la fortuna di conoscere in prima persona esperienze innovative e realtà diverse, osservando i mondi che ci attorniano e venendo a contatto diretto con molte persone; in modo consapevole ho cercato di fare e assorbire qualcosa di utile anche per il mio lavoro di formatore.
In questo ristorante di Ravangla, nel Sikkim occidentale, ora non sento più il caldo incredibile della pianura e di Dhaka, in cambio ricordo vivamente il quartiere e la casa di bambù di Lucio, i volti, l’accoglienza e la gentilezza estrema dei bengalesi.
La porta di questo locale a Ravangla è aperta e vedo entrarvi la nebbia del monsone; duemila metri più sotto e tante centinaia di chilometri verso sud, i bambini di strada di Dhaka li percepisco lontani, ma non sono affatto scomparsi e le loro tortuose vite continuano. In questo mondo dove sono decine di milioni i bambini lavoratori, la tristezza che ne deriva e’ infinita, per fortuna che ci sono tanti Jackline, Lota, Lucio, Coco… (che Stefano ha incontrato nelle precedenti "puntate" del viaggio – vedere i link degli articoli correlati, a destra). 
Accanto a me un gruppo di uomini beve rum made in Sikkim allungato con acqua.

Questa mattina ho fatto un’ottantina di km nel cuore del Sikkim, da Gangtok a Ravangla. Per entrare nella regione bisogna ottenere un permesso speciale dal governo indiano, causa la "sensibililità" del confine tibetano. Molte zone del nord Sikkim sono off limits per gli stranieri. In Sikkim la popolazione è fortemente influenzata dalla cultura nepalese-tibetana e sembra di non essere in India.  Per spostarsi tra le verdissime montagne si utilizzano jeep collettive Tata. In questa stagione quando il monsone sta per declinare, le strade sono ancora dissestate per le piogge e le numerose frane che spesso bloccano la mobilità a motore. In due ore siamo scesi a 350 metri, per poi risalirne altri 2000 guadando torrenti e schivando massi franati da poco. Dal finestrino vedevo palme, scimmie,  bambù, fiori sgargianti e poi piantagioni di the, riso e piccoli frutteti. Sulla strada c’erano uomini e donne che tagliavano l’erba e bambini che andavano a scuola con le loro divise scolastiche. Anche se non sono appassionato di auto e ferraglie motorizzate varie, è davvero eccitante andare in jeep su questo territorio immerso nella giungla e poi dalla vegetazione di alta montagna; sembra un rally tra i monti e il terreno accidentato. Ma forse lo e’ veramente, solo che la gente usa queste solide jeep per spostarsi e non per giocare a chi guida meglio.
Ad una cinquantina di chilometri da qua, al confine col Nepal, c’è la terza montagna del mondo, il Kanchenjonga: più di 8500 metri. Purtroppo non riesco a vederla perche’ il monsone la copre con insitenza. Chissaà se il dio delle nuvole ci offrirà la visione dell’Himalaya?

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Pubblicato il 23 Settembre 2008
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