Moroni racconta i delitti irrisolti in Lombardia

Venerdì 21 novembre il giornalista del quotidiano “Il Giorno” che si è occupato anche delle Bestie di Satana apre una serata all’insegna dei misteri di provincia

I casi di cronaca nera che ha seguito e che più difficilmente riuscirà a dimenticare sono due: uno con una conclusione positiva, il sequestro e la liberazione di Cesare Casella, «con le campane della chiesa di Pavia, davanti alla caserma dei carabinieri, che suonavano all’alba, mentre Cesare arrivava, e che sembravano suonare per lui, accompagnando la gente che scandiva “Cesare Cesare” come un coro». E per contro, «il ritrovamento del corpicino del piccolo Tommy a Parma».

La voce gli si incrina su quest’ultima frase e viene quasi a sgretolare l’immagine che i profani possono avere dell’inviato speciale di cronaca nera, del giornalista che da anni è avvezzo a seguire e scrivere su omicidi, fatti di sangue, efferattezze reali che a vlte superano anche la più “noir” delle fantasie romanzesche. Gabriele Moroni è inviato speciale per “Il Giorno” ed è uno dei protagonisti del festival del giallo “I(n)soliti Sospetti” che la Fondazione Culturale ha organizzato nel periodo tra il 20 e il 23 novembre.

A lui, venerdì 21 novembre alle 20.30 al teatro del Popolo, il compito di aprire una serata – che si concluderà con la proiezione del film “La ragazza del lago” con Toni Servillo – incentrata sui “delitti di provincia”. Delitti dei quali Gabriele Moroni negli anni si è occupato, delitti che ha conosciuto, sui quali si è documentato, e alcuni dei quali sono recentemente confluti in una collana edita da Mursia sui gialli irrisolti nelle diverse regioni d’Italia. “Per denaro e per amore” racconta sessant’anni di delitti lombardi senza colpevole: dalla ricerca storia sui giornali dell’epoca e attraverso le testimonianze raccolte della misteriosa morte di Gina Ruberti, nuora del Duce annegata in una notte di traversata lacustre dopo un’uscita improvvisa e alla quale non voleva neppure prendere parte, fino ai misteri dell’Università Cattolica, dove nel 1971 è stata trovata uccisa nei bagni la studentessa Simonetta Ferrero, o quello più vicino ancora alla realtà del Varesotto, dell’omicidio di Lidia Macchi, fino all’omicidio Klinger: dieci casi, dieci inchieste che sembrano riaprirsi negli scritti di Moroni.

Un libro che non è un romanzo, ma la cronaca giornalistica di quei fatti. Vissuti da Moroni, o ascoltati, ma sempre narrati con quello stile che dovrebbe essere la regola prima della cronaca. E, traspare anche dalle pagine e lui lo conferma, c’è anche qualcos’altro che Gabriele Moroni fatica a dimenticare nei suoi servizi: «Il dolore dei genitori. Con gli anni faccio sempre più fatica a reggere al dolore delle persone. C’è una frase – dice – che cito nel libro e che mi è rimasta particolarmente impressa: una frase pronunciata dalla mamma di Lidia Macchi quando dice che vive da vent’anni con il suo dolore, ma che preferisce essere la mamma di Lidia Macchi piuttosto che quella del suo assassino. Questa è una frase che racchiude un dramma vissuto con grande dignità».

Al dolore, insomma, non riesce ad assuefarsi neppure un giornalista di nera, uno che ha seguito casi terribili, come quello delle “Bestie di Satana”, anche qui narrato in un libro seguendo testimonianze raccolte e atti processuali e sempre comunque con un coinvolgimento di chi scrive. «Credo sia inevitabile – racconta Gabriele Moroni – e non so se sia un limite. Io non lo vivo come tale, perché se è vero che la cronaca nera è come un vaccino che una volta inoculato non ti lascia più, è altrettanto vero che per me i più bei complimenti che mi possono fare è quando mi dicono che si sono emozionati leggendo un mio articolo».

A scrivere un romanzo giallo, però, non ha mai pensato. «Sono sprovvisto di fantasia – rivela – quindi faccioil cronista anche quando scrivo un libro». Se a Gallarate è atteso per raccontare delitti irrisolti e per svelare come lavora un cronista di nera, un inviato sui casi più truci della criminalità italiana, Gabriele Moroni lega il suo nome però a un altro libro di taglio cronachistico che ha scritto con il collega – ora scomparso – Corrado Testa: “Fausto Coppi. Uomo solo”. Lo vuole ricordare, perché «la mia generazione l’ha visto vagamente, di sfuggita, ma è riuscita a conoscerne gli ultimi anni, quelli forse più intimistici, proprio da uomo solo. E un tributo a questa figura di Coppi negli ultimi anni credo fosse doveroso».

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Pubblicato il 21 Novembre 2008
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