Per chi manca di pudore

Il lettore Adriano Gallina apre una riflessione sullo spazio più letto del giornale

Caro Direttore,
non so com’è, ma da qualche tempo mi sono allontanato – anche come lettore – dalla rubrica delle lettere. Eppure sai quanto ci sono affezionato. Ci abbiamo persino fatto uno spettacolo ed un libretto.
E allora che succede? Da un po’, apro la pagina, guardo le firme, i titoletti, e vengo assalito dal tipico effetto dei “film con audio in presa diretta”: sai, quei film in cui non si riesce a sentire una parola di quel che dicono gli attori, con il mondo circostante che impazza e fa casino, con le auto che strombazzano e il cicaleccio dei passanti che si sovrappone ai dialoghi e ai pensieri dei protagonisti. Il mondo mi sbraita addosso, e allora richiudo. E non leggo niente.
Preparando lo spettacolo, avevo immaginato forse un po’ iperbolicamente la rubrica delle lettere come una sorta di “mente collettiva”. Ora, sempre più, ho la sensazione che stia diventando in realtà una immane “bocca collettiva”, in cui quel che pareva il “bisogno di esprimersi” diviene in realtà “narcisismo del leggersi” e trasforma i dialoghi dell’agorà nel frastuono di Piazza Navona in un giorno di festa. Voci, voci, voci. Chiunque pare avere un’opinione apoditticamente certa su qualsiasi cosa. E la esprime.
E’ l’effetto, in macchina, della sintonizzazione automatica di una radio in una zona poco coperta. Un gran brusio che si ferma solo e sempre sulle stesse emittenti, con “Radio Maria” e “Radio Popolare” che contendono a “101” scampoli di ricezione. E finisci sempre (sempre!) su quelle tre.
E allora, con Gaber, “a volte spengo anche la radio e lascio il mio cuore incollato al finestrino”. Come l’altra mattina, presto, con un cielo meraviglioso e la catena del Monte Rosa che – impassibile – mi guardava, e taceva. Guardava e ascoltava, tacendo come il vecchio Capo Indiano del “Piccolo Grande Uomo”, il mondo, l’Europa, questo paesello e gli omuncoli che lo rappresentano.
E allora, forse, dovremmo imparare dalle montagne. Incollare, ogni tanto, il cuore al finestrino e lasciare che il dubbio – che si accompagna alla curiosità, l’unico briciolo di natura che (forse) ancora ci resta – si faccia strada nei nostri pensieri, vi si accoccoli e resti lì, dormicchiando, rosicchiando, imponendo per un po’ il silenzio.
E poi, quando il dubbio ha lavorato e si è fatto pensiero denso, ricco; quando la voglia di portare una riflessione davvero preziosa e necessaria al mondo si fa urgenza, reale bisogno civile, personale, quasi fisico; solo allora credo abbia davvero senso uscire e, come si dice, “comunicare”.
Pensa che bella una rubrica che – al fianco della sua nobile, dignitosa e realmente importante funzione di servizio e protesta (i tombini, i pendolari, la neve, le poste) – nella sfera del dibattito e del pensiero si conceda delle pause di silenzio, di “pudore” autocensorio, come dicevo un’altra volta.
Un modo serio – che dipende solo dai lettori/scrittori, non da te – di differenziarsi verso “l’alto” dai “personaggi cicaleggianti dei talk-show che squittiscono ogni giorno un nuovo vero”, per dirla con Guccini.
Sino ad allora, concludo sempre con lui, “io dico Addio”.
 
Adriano Gallina

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Caro Adriano,
è sempre un piacere leggere le tue riflessioni. Figurati poi per me che in questi giorni ascolto proprio Libertà obbligatoria e poi Anni affollati e capisco quanto ci manchi uno come Giorgio Gaber. E per fortuna tra poche settimane arriva il "vate modenese" a Varese.
Detto questo però sappiamo bene come la gente ascolti anche altro.
Fuori dalle metafore canore, ogni tanto salto sulla sedia leggendo alcuni commenti ai nostri articoli e lo stesso mi capita per molte lettere. E per fortuna mi viene da dire, perché i lettori sono quel che sono, e se è vero che il giornale è anche loro occorre avere sempre profondo rispetto. Anche quando "trasforma i dialoghi dell’agorà nel frastuono di Piazza Navona in un giorno di festa". Immagine, tra l’altro, fantastica e gioiosa.
In definitiva credo che le lettere al direttore siano uno spazio libero, aperto e tale debba restare. L’invito al pudore è corretto. L’invito a non far vincere il narcisismo sono il primo io a raccoglierlo, ma stiamoci tutti attenti. Ognuno di noi si sceglie gli amici con cui fare una cena sapendo che si può parlare con loro di alcune cose e di altre no. Ai lettori, oltre all’informazione, possiamo suggerire temi e confronti importanti, ma poi restano loro a decidere. Ed è anche questo il bello di Varesenews.
Marco Giovannelli

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Pubblicato il 11 Febbraio 2009
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