Costruire in provincia con la testa metropolitana. Funziona?
Intervista a Filippo Pagliani e Michele Rossi, i due architetti milanesi dal curriculum internazionale che hanno progettato un nuovo residence nel Varesotto. Che dicono "si può fare"
Che “tavolo di lavoro” è il territorio varesino per un architetto con esperienza internazionale? Un «contesto meraviglioso» dal punto di vista paesaggistico. Ma anche «Un territorio che non ha saputo far seguire agli splendori del Liberty e del primo Novecento un’identità architettonica altrettanto preziosa e definita» e proprio questa «Personalità un po’ incerta sul piano stilistico e formale» la rende «Una sfida talvolta difficile confrontarsi con la città e i suoi dintorni, in un equilibrio delicato tra rispetto dell’esistente e bisogno di andare oltre».
Così, almeno, la vedono gli architetti Filippo Pagliani e Michele Rossi, partner di Park Associati, lo Studio milanese che sul territorio varesino ha lavorato in questi mesi per progettare un complesso abitativo di cui si è molto parlato ad Azzate, ovvero quel Residence Vegonno che verrà per la prima volta aperto alla comunità nell’Open Day del 13 giugno.
«Conoscevamo già il territorio varesino – spiegano gli architetti – per aver progettato diverse dimore monofamiliari nella vostra provincia. Era la prima volta, invece, per un progetto così articolato». Il "progetto articolato" di cui parlano, commissionato dall’immobiliare varesina Fim spa, prevede un residence in linea su due livelli – completo di parcheggi e attività commerciali – ma anche la riqualificazione della zona circostante, con il ridisegno di numerosi spazi pubblici: percorsi e aree di sosta, una pista ciclabile comunale, un nuovo capolinea per gli autobus e persino la valorizzazione di un antico fontanile ormai in disuso, per un totale di 5.200 metri quadrati di intervento complessivo. «Ci ha sorpreso positivamente – sottolineano gli architetti – trovare un’amministrazione comunale interessata alla qualità e non troppo schiava dei regolamenti edilizi, che sono spesso un capitolo tragicomico di queste vicende perché fissano vincoli rigidissimi magari basati su standard superati da decenni».
Alla fine, obiettivo raggiunto per tutti? Lo deciderà l’ambiente e il mercato. Di sicuro si tratta di un edificio conforme ai più alti parametri di risparmio energetico. «Sarebbe bello – commenta Pagliani – che questo oggi non facesse nemmeno più notizia, che fosse già un requisito scontato. Invece non è ancora così, nonostante anche la legge ormai lo richieda. Bene allora ribadirlo: oggi un’architettura di qualità non può prescindere da soluzioni che, a partire dalla struttura e dall’orientamento dell’edificio, prima ancora che dall’impiego dei materiali, abbia tra i suoi obiettivi primari l’ottimizzazione delle risorse. È un fatto di sostenibilità, di responsabilità, di qualità della vita».
«Speriamo che la vista del cantiere abbia ormai rassicurato la comunità di Azzate, che temeva la cementificazione. Noi per primi siamo convinti che lo stile di un architetto non debba mai imporsi a prescindere dalle circostanze. Al contrario: lo stile è la capacità di interpretare i bisogni, di mettersi in relazioni col luogo. L’architettura è un dialogo – riassume Rossi, che poi aggiunge scherzosamente – Del resto, ci si concentra su questi grossi interventi, comunque sottoposti a standard di qualità elevati, mentre si chiudono gli occhi spesso e volentieri su decine di piccoli orrori privati».
Le facciate ardite su cui lavorano i due architetti milanesi, intanto, sono altre: il loro curriculum, fatto di apprendistati con i principali nomi europei – da Renzo Piano a David Chipperfield – e di esperienze internazionali (da Londra a Parigi, da Istanbul a Francoforte) sta per allungarsi.
«Il progetto di cui andiamo più fieri al momento – ammettono – è quello per il nuovo quartier generale di Salewa a Bolzano: uno dei marchi principali per l’alpinismo, che ha deciso di dotarsi di un edificio coraggioso, ai piedi delle montagne. Per noi un progetto bellissimo. Poi l’edificio direzionale di Milanofiori, che va a inserirsi in una zona dallo sviluppo complesso. E infine il recupero di un edificio direzionale in via Turati, costruito nel ‘62: si tratta dell’ex palazzo Campari, un simbolo milanese. Un altro tipo di sfida, ma altrettanto appassionante».
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