Addio ad Alfredo Martini, gigante del ciclismo italiano

Si è spento a 93 anni l'ex corridore e commissario tecnico azzurro, sempre presente alle corse. Per sei volte portò un atleta italiano alla maglia iridata

Se n’è andato in fuga per l’ultima volta, e per sempre, ieri sera (lunedì 25 agosto) Alfredo Martini, nume tutelare del ciclismo italiano. Ex corridore, ex direttore sportivo, soprattutto ex commissario tecnico della nazionale, Martini ha incarnato sotto il profilo migliore il soprannome di "grande vecchio" dello sport della bicicletta. Classe 1921, fiorentino orgoglioso ma senza quei modi da "toscanaccio" alla Gino Bartali, ha portato un contributo eccezionale al mondo del ciclismo, tanto che oggi è pianto da generazioni di atleti, tecnici, addetti ai lavori e tifosi. Anche perché nella sua indole c’erano la cortesia e l’ascolto, la voglia di essere sempre presente laddove c’era una corsa (quante volte l’abbiamo visto anche qui in provincia, a ogni Tre Valli ma pure a Carnago o in alcune gare giovanili, per non parlare ovviamente dei recenti Mondiali di Varese o di Mendrisio) e la disponibilità a concedere un’intervista, a stringere una mano, a farsi fotografare con gli appassionati.
Da corridore era stato un buon atleta senza essere un campione, cosa praticamente impossibile in un’epoca in cui le star si chiamavano Bartali, Coppi, Magni e altra gente del genere. Però si era tolto qualche bella soddisfazione tra cui un giorno in maglia rosa e alcune convocazioni ai Mondiali dal "nostro" ct, il cittigliese Alfredo Binda, da cui Martini iniziò a prendere spunto per la sua attività futura. Dopo il ritiro dall’agonismo quindi, ci fu il passaggio in ammiraglia con anche una vittoria al Giro (1971, il suo corridore era lo svedese Petterson).
Ma la pagina più bella, lunga e caratterizzante della vita di Martini è stata quella di commissario tecnico azzurro. Una gestione lunghissima la sua, non priva di polemiche (per anni la nazionale era spaccata in "clan", con troppi galli nel pollaio accerchiati ognuno dai propri gregari) e di difficoltà, perché l’Italia è stata quasi sempre la squadra di riferimento, quindi quella costretta a "fare la corsa" o a "tenerla cucita" come si dice in gergo. Ereditata l’ammiraglia da Nino Defilippis nel 1975, mantenne l’incarico sino al ’98 portando a casa sei maglie iridate grazie ad alcuni fenomeni del ciclismo azzurro: Moser a San Cristobal, il suo rivale Saronni con la "fucilata di Goodwood", Argentin (Colorado Spring), Fondriest (Renaix) e infine la doppietta di Bugno a Stoccarda e Benidorm. Agli ori ci furono poi da affiancare diversi altri podi, alcuni inattesi e felici, altri colmi di delusione.
Dopo aver lasciato il ruolo di c.t., Martini ha però proseguito nella sua attività di tecnico federale, sia con cariche ufficiali sia semplicemente con la sua presenza. Uno come il compianto Franco Ballerini (quattro ori Mondiali e uno Olimpico in dieci anni) non faceva mistero di rivolgersi a lui per discutere di tattiche, convocazioni, e per ricevere consigli. E come il "Ballero" tanti altri, compresi i corridori che avevano modo – come detto – di incontrarlo ogni volta che c’era una competizione, un raduno, un ritiro.
Costretto da qualche mese a fare i conti con l’età, gli acciacchi e le malattie, Alfredo Martini se n’è andato nella sua casa di Sesto Fiorentino, lasciando il ciclismo e lo sport italiani un po’ più poveri. Ancora più poveri, ma orgogliosi di aver avuto nelle proprie fila una persona come lui.

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Pubblicato il 26 Agosto 2014
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