Il giorno in cui si rischiò un’invasione della Svizzera dall’Italia

75 anni fa, il 18-19 ottobre 1944: truppe fasciste a un valico sopra la Val Vigezzo minacciarono di entrare in territorio elvetico. Fu uno degli episodi più “caldi” in cui la Confederazione fu coinvolta nella guerra mondiale

Generico 2018

I granatieri arrivarono nella notte, pronti a combattere e sulle divise avevano lo scudo rossocrociato: era il 18-19 ottobre 1944, quando il territorio svizzero – tra valle Onsernone e val Vigezzorischiò la prima invasione dopo cinquecento anni, ad opera dei fascisti italiani.

L’episodio avvenne sul finire dei “quaranta giorni di libertà” della Repubblica dell’Ossola, la zona che le formazioni partigiane avevano liberato dall’occupazione nazifascista. Il 10 ottobre iniziò il contrattacco di tedeschi e fascisti, la battaglia durò una decina di giorni: il 12 di ottobre i partigiani della divisione autonoma “Piave” si ritirarono dalla Val Cannobina e ripiegarono verso la val Vigezzo.

Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre vari civili spaventati dalle possibili rappresaglie fasciste e partigiani della “Perotti” salirono ai Bagni di Craveggia, al confine con la Svizzera. Qui c’erano un albergo termale, una casermetta della Finanza, alcune casette e qualche stalla con fienile. L’esercito svizzero si era già schierato in zona a protezione della frontiera: i due ufficiali al comando, capitano Tullio Bernasconi e tenente ingegner Augusto Rima, osservavano con rigore le disposizioni delle autorità che vietavano l’ingresso, ma a seguito delle loro insistenti richieste il Comando svizzero di Frontiera autorizzò poi lo sconfinamento dei civili e dei partigiani feriti o ammalati (Rima lasciò un’ampia ricostruzione in “L’ area del Verbano nel secondo conflitto mondiale. Ricordi e considerazioni di un ufficiale dell’esercito svizzero”, nella rivista Verbanus).

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Nel frattempo Rima cercava una soluzione: «Gli ordini della Brigata erano quelli che erano ma io mi dicevo: qui non è possibile che una persona che ragiona con la propria testa non abbia da reagire in qualche modo davanti all’idea di dover assistere a un massacro senza poterci far niente». Per questo Rima decise di entrare in territorio italiano, parlare con i partigiani, suggerire lo schieramento e la tattica per consentire ai partigiani una successiva ritirata oltre confine.

Il 18 ottobre 1944, tra pioggia e nebbia, si accese la battaglia tra i partigiani rimasti (poco armati) e reparti nazifascisti, soprattutto della Folgore e della X Mas. I soldati svizzeri si schierarono proprio sulla linea di confine, usando come caposaldo la casa di una donna ticinese, la signora Aida Tarabori.
Nonostante gli avvisi dei soldati rossocrociati, i fascisti colpirono alcuni partigiani che già si trovavano in territorio svizzero: fra quelli colpiti oltre confine ci furono anche il giovane tenente Federico Marescotti, che morì subito, mentre viene ferito gravemente il ventenne Renzo Coen (di origine ebraica, era rientrato da pochi giorni dalla Svizzera per arruolarsi nelle file partigiane).

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Nel corso del combattimento del 18 fu colpita anche la casa Tarabori e i due ufficiali svizzeri decisero di chiedere rinforzi al Comando di Brigata di Bellinzona, perché il comandante fascista Paolo Violante minacciava di entrare in territorio elvetico per catturare e fucilare i profughi. 
All’alba arrivarono i rinforzi richiesti, un reparto tutt’altro che simbolico: due plotoni di soldati dotati di armi automatiche leggere e pesanti e una intera compagnia di granatieri (nella foto in alto, lo schieramento disegnato dal capitano Bernasconi). Solo a questo punto i fascisti decisero di ritirarsi e di evitare lo sconfinamento e lo scontro.

Il giorno successivo, nel vicino paese di Spruga in valle Onsernone, si celebrarono i funerali del tenente Marescotti: gli ufficiali svizzeri fecero schierare i loro uomini come picchetto d’onore. Al di là delle rigide istruzioni governative da Berna, quanto accaduto sul confine aveva fatto crescere sempre più nei militi svizzeri la simpatia per gli antifascisti: sentendo i cori delle camicie nere e vedendo la violenza brutale su due partigiani caduti nelle loro mani, il capitano Bernasconi definì i fascisti italiani «spregiudicati, brutali e senza formazione civica».

 Anche Renzo Coen, ferito e soccorso dai soldati svizzeri, morirà qualche giorno dopo all’ospedale della Carità di Locarno. Tutti gli altri partigiani, disarmati, furono considerati come combattenti del legittimo governo d’Italia e finirono in campi d’internamento elvetici (diversi riuscirono comunque a fuggire e tornare poi  a combattere in Italia).

Quello ai Bagni di Craveggia l’episodio in cui si arrivò più vicini a uno scontro armato a terra con truppe svizzere durante la Seconda Guerra Mondiale: non è un caso che all’episodio, ad esempio, sia dedicata una voce sulla wikipedia in tedesco . L’altro episodio avvenne invece nel 1945, con una colonna tedesca che minacciò di usare le armi per entrare in Svizzera e sottrarsi alla cattura da parte di Alleati e partigiani.

L’evento bellico più rilevante in Svizzera fu invece il bombardamento subìto dalla città di Sciaffusa: le bombe sganciate per errore dagli aerei Usa provocarono quaranta morti, quasi la metà di tutti quelli provocati in Svizzera dagli Alleati nell’intera guerra.
Paradossalmente, quello di Sciaffusa è un evento oggi quasi ignorato nella pacifica confederazione, passata quasi indenne dal sanguinoso Novecento. L’incidente di frontiera ai Bagni di Craveggia – placida località isolata tra i boschi – è invece ricordato con una targa, posizionata nel 2018 da Anpi e Comuni di Craveggia e Onsernone. Prima di allora erano rimasti solo i segni delle pallottole sulla vecchia casa di Aida Tarabori. E due portafiori, fatti con i bossoli dell’artiglieria fascista che sparava alla frontiera, quel 18 ottobre 1944.

di roberto.morandi@varesenews.it
Pubblicato il 18 ottobre 2019
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