Catturare la CO2 per salvare il clima: tra speranza tecnologica e realtà
Dalla cattura della CO₂ nei grandi impianti industriali alle ipotesi più estreme di raffreddamento artificiale del pianeta: tecnologie reali e scenari controversi nella lotta al cambiamento climatico
Questo articolo è stato curato da Federico Caiafa del Liuc-Finance & Investment Club dell’Università Liuc di Castellanza
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Introduzione
La crisi climatica rappresenta la sfida più urgente del nostro secolo. Sebbene la priorità assoluta rimanga la riduzione drastica delle emissioni, la comunità scientifica concorda sul fatto che questo sforzo, da solo, potrebbe non essere più sufficiente per contenere l’aumento delle temperature entro i limiti di sicurezza. È in questo scenario che emergono tecnologie complesse, spesso percepite come futuristiche, ma che sono ormai una realtà industriale concreta: la CSS (Carbon Capture and Storage) e la Geoingegneria.
Il “grande filtro”: come funziona la CO2
La sigla CCS indica la cattura e lo stoccaggio del carbonio. L’obiettivo di questa tecnologia è intervenire sui grandi impianti industriali “hard to abate” (come acciaierie, cementifici o centrali chimiche), dove l’elettrificazione è difficile, per intercettare l’anidride carbonica prima che venga rilasciata in atmosfera. Il processo si articola in passaggi sequenziali ben definiti. Inizialmente, i fumi di scarico industriali vengono trattati con solventi chimici capaci di separare la CO2 dagli altri gas. Una volta isolata, l’anidride carbonica viene compressa fino a raggiungere uno stato quasi liquido, per essere poi trasportata tramite gasdotti o navi verso il luogo di destinazione finale. L’ultimo passaggio è lo stoccaggio geologico: la CO2 viene iniettata a diversi chilometri di profondità nel sottosuolo, all’interno di formazioni rocciose porose o giacimenti di idrocarburi ormai esauriti, che fungono da serbatoi permanenti.
Il caso italiano: il programma Ravenna
L’Italia gioca un ruolo di primo piano in questo settore grazie al progetto avviato da Eni e Snam al largo delle coste di Ravenna. La strategia nazionale punta a sfruttare i giacimenti di gas naturale del Mare Adriatico, ormai vuoti, trasformandoli in depositi di sicurezza. La scelta non è casuale: questi giacimenti hanno trattenuto gas metano ad altissima pressione per milioni di anni, offrendo garanzie geologiche di tenuta ermetica. Il progetto di Ravenna è strutturato per crescere nel tempo. La Fase 1, già operativa, ha l’obiettivo di catturare circa 25.000 tonnellate di CO2 all’anno dalla centrale di trattamento di Casalborsetti. La Fase 2, ben più ambiziosa e prevista entro il 2030, punta a stoccare fino a 4 milioni di tonnellate annue, trasformando l’hub adriatico nel principale sito di stoccaggio per le industrie energivore del Nord Italia e potenzialmente del Mediterraneo.
Oltre la cattura: le incognite della geoingegneria
Se la CCS si limita a gestire i rifiuti gassosi che produciamo, la Geoingegneria si spinge oltre, proponendo di manipolare intenzionalmente il sistema climatico terrestre. Questo vasto campo di studi si divide principalmente in due approcci. Il primo riguarda la rimozione diretta dei gas serra dall’atmosfera (CDR), che include tecnologie come la CCS o la riforestazione su vasta scala. Il secondo approccio, decisamente più controverso, è la Gestione della Radiazione Solare (SRM). L’idea alla base è quella di raffreddare artificialmente il pianeta riflettendo una piccola percentuale della luce solare nello spazio. Tra le ipotesi più discusse vi è l’iniezione di aerosol nella stratosfera per simulare l’effetto schermante delle grandi eruzioni vulcaniche. Tuttavia, modificare l’irraggiamento solare comporta rischi ignoti: alterare la temperatura globale in modo artificiale potrebbe sconvolgere i regimi delle piogge e i monsoni in altre aree del mondo, con conseguenze imprevedibili per l’agricoltura e gli ecosistemi.
I rischi e il dilemma morale
L’adozione di queste tecnologie non è esente da critiche e sfide significative. In primo luogo, vi è una questione economica ed energetica: gli impianti di cattura sono estremamente costosi e richiedono grandi quantità di energia per funzionare. Se l’energia utilizzata per “pulire”non proviene da fonti rinnovabili, il bilancio ambientale rischia di essere meno positivo del previsto. Ma il timore più grande sollevato da ambientalisti ed esperti di etica è il cosiddetto “Moral Hazard” (azzardo morale). Il rischio è che la promessa di poter “catturare” l’inquinamento o raffreddare la Terra diventi una scusa politica e industriale per ritardare la necessaria transizione energetica, giustificando il continuo utilizzo dei combustibili fossili. Inoltre, la geoingegneria solare non risolverebbe problemi collaterali come l”acidificazione degli oceani, che dipende dalla concentrazione chimica di CO2 e non dalla temperatura.
Uno sguardo al futuro
In conclusione, la scienza e l’ingegneria ci offrono oggi strumenti potenti, capaci di intervenire sui meccanismi stessi del nostro clima in modi impensabili fino a pochi decenni fa. Tuttavia, è fondamentale comprendere che non esiste una “bacchetta magica”. Tecnologie come la CCS e le frontiere della geoingegneria rappresentano tasselli importanti, e forse indispensabili, di una strategia complessa, ma non possono sostituire l’urgenza di una transizione energetica radicale. La vera sfida dei prossimi anni non sarà, dunque, solo tecnologica, ma soprattutto politica ed etica: dovremo utilizzare l’innovazione per riparare i danni del passato, vigilando affinché questa non diventi mai un alibi per rallentare il necessario cammino verso un futuro a emissioni zero.
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