Mauro della Porta Raffo: “Le mie tavole graphic novel realizzate usando ChatGPT”
L’intelligenza artificiale fa decisamente pena. Ma, se adeguatamente rimproverata, sorvegliata e costretta a rifare il lavoro, riesce perfino a produrre qualcosa di buono
Da una decina di giorni realizzo, tramite ChatGPT, tavole illustrate in forma di graphic novel.
La cosa mi piace e, alla fine, i risultati riescono anche bene.
“Alla fine”, appunto.
Perché un risultato soddisfacente arriva soltanto dopo non poche correzioni, essendo la prima caratteristica di ChatGPT quella di sbagliare e di dover essere conseguentemente sgridata e corretta.
Per capirci: io scelgo il tema della tavola, invio il testo e chiedo che venga illustrato. Quando ricevo il risultato, devo guardarlo e leggerlo con grandissima attenzione. Anzitutto per verificare che lo scritto non sia stato modificato, abbreviato o malamente trascritto. Ma soprattutto per controllare se e in quale misura le illustrazioni corrispondano davvero a quanto richiesto e necessario. ChatGPT tende infatti a introdurre errori nei testi.
Non parliamo poi di quando la si lascia libera, che so?, di riassumere la trama di un film.
Mamma mia!
Quanto alle immagini, ha inoltre una spiccata propensione a inventare i volti delle persone citate: attori, uomini politici, personaggi storici e chi più ne ha più ne metta.
Lungi, pertanto, dal trovare, come ingenuamente si potrebbe pensare, “la pappa già pronta”, chi la usa deve intervenire con attenzione e severità. Io, per esempio, scrivo: “Siete ignoranti e incapaci” e ricevo in risposta parole contrite, promesse di maggiore precisione e assicurazioni circa una più scrupolosa esecuzione.
Dopodiché ordino di ricominciare. E poi, se necessario, di ricominciare ancora. Talvolta bisogna chiedere una seconda versione. Talaltra una terza, una quarta o una quinta. Occorre correggere i testi, ingrandire i caratteri, modificare i volti, eliminare ripetizioni, ristabilire l’ambientazione storica, reinserire particolari arbitrariamente cancellati e ricordare continuamente che ciò che è stato scritto non deve essere riassunto, interpretato o riscritto. Soltanto dopo questa lunga opera di sorveglianza si arriva, qualche volta, alla soddisfazione.
L’intelligenza artificiale, insomma, fa decisamente pena. Ma, se adeguatamente rimproverata, sorvegliata e costretta a rifare il lavoro, riesce perfino a produrre qualcosa di buono.
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