L’Eligio in grigio e la riga a T del Pontiggia
I racconti di Carlo Cavalli
Egregio Direttore,
negli anni Sessanta una riga a T era comunque uno strumento che si appoggiava al bordo del banco per tracciare linee parallele stabili ma certo di più una spada in plastica trasparente o in alluminio anodizzato, preferita al gladio da noi scolari Insubri impegnati a scontrarci contro le legioni romane ma soprattutto laziali, per via del calciatore turco Can Bartù.
La scuola Silvio Pellico, con il suo corpaccione rassicurante, era allora alla fine di via Sacco
e dalle finestre dell’aula si poteva ammirare il magico spiazzo dove si sviluppa oggi un parcheggio : quello spazio rappresentava la nostra arena, e se si giocava a pallone vigeva la regola del polverone.
Un dribbling, un terzo di melina al terriccio e un terzo di cross misto ghiaietto.
Finite le lezioni ,iniziavano le competizioni : corse forsennate per anticipare la truppa scomposta e sgomitante.
Il negozio del Signor Pontiggia era il punto di arrivo.
Ci si ricomponeva, in una sorta di compunto procedere verso l’austero bancone.
Fogli protocollo obtorto collo, un set di matite acquarellabili, colla coccoina quanto ne bastava per appiccicare le figurine sull’usuratissimo albo , gomma pane e un goniometro per misurare l’ampiezza dei nostri sogni.
La commessa elaborava il totale, il silenzio si faceva marmo su cui sudare e alla fine la dura sentenza.
L ‘Eligio , sempre in perfetto grigio , stazionava come un metronomo fra scaffali di libri profumatissimi, abbozzando un mezzo sorriso nei pressi di Melville, anche se Moby Dick vestiva di bianco.
In un angolo, tre o quattro scatoloni di volumi della BUR , economici e un pò meno grigi del classico grigio Pontiggia.
Poi la corsa verso il treno , a perdifiato.
Che quando speravi fosse in ritardo, viaggiavo con un leggero anticipo.
Stranezze degli irrecuperabili anni 60.
Carlo Cavalli
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