Palco 13, non è mai troppo tardi per una prima volta

La storia di una prima esperienza: Alle sette di sera non avevo voglia di tornare in camera. Un’ora dopo ero a Busseto, alla prima opera lirica della mia vita. Ma lo spettacolo più sorprendente l’ho trovato accanto a me. Una storia sulla curiosità e sulle passioni che attraversano le generazioni

Palco 13

Dopo il tramonto, la giornata di lavoro era finita. Ero a Parma. Avrei potuto raccogliere le mie cose, mangiare qualcosa e tornare al bed & breakfast. Una di quelle sere nelle quali la giornata semplicemente si
chiude. Non ne avevo voglia. Ho preso il telefono e ho fatto a ChatGPT una domanda molto semplice: «Cosa c’è di interessante da fare a Parma questa sera? Adesso sono le sette e tre».

Fra le risposte ce n’era una decisamente meno comoda delle altre. A Busseto, alle otto, c’era la prova aperta dell’Aida di Giuseppe Verdi, nell’allestimento creato da Franco Zeffirelli per il piccolo Teatro Verdi. Ho guardato l’orologio. Busseto non era proprio dietro l’angolo e, soprattutto, non avevo un biglietto. Ho chiesto anche quello. Non risultava possibile comprarlo online né sapere con certezza se ne fossero rimasti. A quel punto le possibilità erano due: lasciar perdere oppure partire e vedere che cosa sarebbe successo. Sono partito.

Poco prima delle otto ero davanti al teatro. Il biglietto l’ho trovato. Solo entrando mi sono reso conto di un particolare non secondario: non avevo mai visto un’opera lirica in vita mia.
Come prima volta poteva andarmi peggio. Aida, Verdi, Busseto, Zeffirelli. E un teatro talmente piccolo che, quando ci si siede, si ha quasi l’impressione di essere entrati dentro lo spettacolo anziché davanti allo spettacolo. Mi ricordava le partite dell’Atalanta nel piccolo stadio di Bergamo, dove mi portava mio papà la domenica pomeriggio quando ero piccolo anche io, dopo la visita di rito alla nonno materna.

Il mio posto era nel palco numero 13, sulla sinistra guardando la scena, al primo ordine. Ed è lì che è cominciata davvero la serata. Nel palco ho trovato tre persone che non avevo mai visto prima, ovviamente.
La prima è un signore nato nel 1940. Viene da un piccolo paese della Bassa, mi dice, a pochi minuti da Vidalenzo, dove nacque Carlo Bergonzi, uno dei grandi tenori del Novecento. Poi aggiunge quasi incidentalmente che Bergonzi era cugino di sua moglie, dieci anni più giovane di lui. Per quest’uomo l’opera non è un interesse. È quasi una seconda biografia. Mi racconta di aver visto Aida forse trenta volte, soprattutto all’Arena di Verona. Il soggiorno di casa sua è tappezzato di manifesti e locandine. Per tutta la vita ha ascoltato opere sui dischi in vinile. Il legame familiare con Bergonzi gli ha consentito qualche volta di avvicinarsi a quel mondo da una porta un po’ speciale.

Palco 13

Dell’Aida che stiamo per vedere ricorda perfettamente l’edizione del 2001. «C’era Zeffirelli». Sono passati venticinque anni. Lui e l’altro grande appassionato che condivide il palco con noi guardano le scene, i costumi, quel piccolo teatro e usano una parola che mi rimane impressa: una reliquia. Assistere ancora oggi a quell’allestimento, dicono, è quasi come trovarsi davanti a qualcosa che appartiene già alla storia dell’opera e che, per una sera, torna vivo. Che fortuna, mi dico.

Poi cominciano i racconti. Verdi e Busseto, il rapporto non sempre semplice con il paese, Giuseppina Strepponi, i giudizi dei compaesani, il teatro intitolato al Maestro che Verdi non amava particolarmente e nel quale non volle mai entrare. Storia, ricordi e tradizione orale finiscono per mescolarsi. Non sto più ascoltando una biografia di Giuseppe Verdi. Sto ascoltando qualcuno che vive da ottantasei anni a pochi chilometri dai luoghi nei quali quella storia è accaduta.
Il secondo uomo del palco è nato nel 1945. Arriva da Treviglio e si definisce bergamasco. Lui il biglietto non ce l’aveva proprio. Prima di partire aveva detto alla moglie qualcosa del genere: «Provo. Se entro le sette e
cinquanta trovo un biglietto, resto. Altrimenti torno e vi raggiungo per cena verso le nove».

Alle sette e cinquanta il biglietto lo ha trovato. Come me. È probabilmente il più competente musicalmente dei quattro. Ha un orecchio allenato da una vita. Gli bastano poche frasi per parlare di un attacco, del colore di una voce, della qualità del coro. A un certo punto la conversazione arriva inevitabilmente a Pavarotti, Domingo e Carreras. Lui non sembra avere molti dubbi: fra i tre preferiva Carreras, per quella voce particolare, per quel timbro che definisce vellutato.

Ma ogni volta che il discorso rischia di trasformarsi in una classifica, lui lo riporta da un’altra parte. Dice che non è lì per giudicare. È lì per godersi la musica. Dobbiamo ringraziare Verdi per averla scritta, ci dice, e tutti quelli che da allora l’hanno cantata e continuano a cantarla. Certo, alcune voci sono straordinarie, alcune davvero fuori dal comune. Ma, aggiunge, «sono tutti bravi. Sicuramente più bravi di me, che non so cantare». Detto da uno che sembra riconoscere ogni sfumatura di una voce fa un certo effetto.

Poi capisco da dove arriva quella familiarità con l’opera. A casa sua si cantava. Cantavano i genitori e qualche volta lui e i fratelli si dividevano addirittura le parti. Le opere le sapevano a memoria. In buona parte lui le ricorda ancora oggi. Qualche volta, ammette, comincia a sfuggirgli il nome di un cantante. «Ma le opere no. Quelle non le dimentico».

Ci racconta anche di quando era giovane. Aveva circa venticinque anni e andava ad ascoltare a Bergamo le opere e i concerti diretti da Gianandrea Gavazzeni, un direttore che secondo lui la sua città non ha mai riconosciuto abbastanza e che considera un interprete di livello altissimo, da mettere accanto ad Abbado. Una sera, alla fine di un concerto, Gavazzeni gli si avvicinò e gli disse quanto fosse contento di vedere dei giovani venire ad ascoltare quella musica. «Perché voi siete il futuro». Erano gli anni del Sessantotto e dei primi Settanta, ricorda. «I giovani avevano altro per la testa.» Lui però era lì. Più di mezzo secolo dopo è ancora lì.

Anche sua moglie ama la musica e spesso lo accompagna. I regali di compleanno, anniversario o onomastico finiscono quasi sempre per essere biglietti per un’opera. Poi sorride e aggiunge un particolare che manda definitivamente in frantumi qualsiasi possibile caricatura del melomane chiuso nel passato: sua moglie ama anche la musica contemporanea e a giugno 2027 andranno insieme a Roma a vedere Vasco Rossi, per i concerti dei 50 anni di carriera (mi sovviene che Zocca, dove è nato il rocker, è a soli 150 chilometri da qui). A quel punto non vedo più davanti a me “l’esperto di opera”. Vedo semplicemente un uomo che da ottant’anni continua ad andare dove c’è musica.

La terza persona ha invece ventisei anni. Viene da Madrid, ma è delle Canarie. È in Italia per tre giorni proprio per assistere alle prove aperte del Festival, come aveva già fatto l’anno precedente. Parla un buon italiano, lentamente, scegliendo con attenzione le parole. Studia canto. Vuole diventare baritono. Naturalmente gli altri due cominciano subito a fargli domande. Che cosa hai cantato finora? Soprattutto Mozart, risponde. E Verdi? Sorride. Verdi gli piace moltissimo. Ma non ancora. È troppo impegnativo per la sua voce, dice. Ci arriverà più avanti, forse.

Mi sembra una risposta bellissima. A ventisei anni, seduto accanto a due uomini che ascoltano Verdi da più tempo di quanto lui sia al mondo, non cerca di impressionare nessuno. Non finge di essere già arrivato. Sa dove si trova. Mozart adesso. Verdi un giorno. E mentre li guardo mi torna in mente quello che Gavazzeni aveva detto più di cinquant’anni prima al giovane che oggi è seduto accanto a me. Voi siete il futuro. Ora, nel palco 13, accanto a quell’uomo di ottantuno anni, il futuro ha ventisei anni ed è arrivato da Madrid.

Poi le luci si abbassano e comincia Aida. La prima sorpresa, per chi come me ha in mente soltanto l’immagine solenne dell’opera, sono gli orchestrali. Non sono tutti vestiti di nero. Qualcuno ha una maglietta, qualcuno abiti colorati, qualcuno le scarpe da ginnastica. Sono prove, e improvvisamente quella grande macchina che produce la musica perde qualcosa della propria ritualità e acquista una dimensione quasi familiare. Ci sono persone al lavoro. Provano, ascoltano, correggono.

Palco 13

Noi siamo lì dentro con loro. Sotto il nostro palco dirige Giuseppe Mengoli. Trentatré anni. Anche lui è il futuro. La cosa che mi colpisce immediatamente è il corpo. Mi ero immaginato, probabilmente per ignoranza, il direttore d’orchestra come un uomo abbastanza fermo, eretto davanti ai musicisti, con le braccia incaricate di dirigere il traffico musicale. Mengoli è tutt’altro. Dirige con tutto se stesso. Le gambe, la schiena, le spalle, le braccia, la testa. Si piega, si allunga, scatta, contiene, accompagna. A tratti sembra una danza marziale, una specie di jiu-jitsu musicale. C’è un’energia cinetica che attraversa tutto il corpo e sembra voler raggiungere fisicamente ogni sezione dell’orchestra.

Da pochi metri di distanza la direzione smette di essere un codice di gesti e diventa qualcosa di molto più elementare: energia trasmessa da un corpo ad altri corpi. Ed è la distanza, o meglio la mancanza di distanza, la caratteristica più straordinaria di quel teatro. L’orchestra è praticamente sotto di noi. Vedo le partiture sui leggii, i musicisti voltare pagina, gli strumenti prepararsi qualche istante prima di entrare. E quando i cantanti sono in scena si sente tutto. Il signore di Treviglio me lo aveva spiegato prima dell’inizio. Nei grandi teatri, dice, c’è una distanza che in qualche modo protegge. La buca dell’orchestra è più grande, lo spazio separa la voce dal pubblico, qualcosa si disperde.

A Busseto no. Qui si sente il respiro prima della frase. Si percepisce lo sforzo fisico. Si sente l’attacco della nota, la voce quando si apre, persino qualche piccola imperfezione. Non c’è niente che perdona. Ma la vicinanza non riguarda soltanto chi è sul palcoscenico. Nel Teatro Verdi si vedono anche gli altri spettatori: i volti, come sono vestiti, il modo in cui siedono, chi si sporge in avanti, chi segue immobile, chi chiude gli occhi per ascoltare meglio. In un grande teatro si guarda una folla. Qui si vedono persone. È una prossimità quasi domestica.

E così, a un certo punto, mi accorgo che non sto guardando soltanto Aida. Sto guardando anche i miei compagni del palco 13 che guardano Aida. Ogni tanto uno sguardo passa dall’uno all’altro. Una piccola approvazione con la testa. Un sorriso. Dopo un intervento del coro si accendono tutti. Ne parlano durante la pausa. Il coro, quella sera, li ha davvero conquistati. E io osservo i loro occhi. Brillano. Capisco allora che dentro quel piccolo palco stanno andando in scena almeno due spettacoli.

Palco 13

Qualche ora dopo esco dal teatro. Busseto è quasi vuota. Davanti all’edificio c’è Giuseppe Verdi, immobile sul suo monumento. Ripenso a una cosa che mi ha detto una volta una mia collega, Nadia: «Passando gli anni diventano sempre più rare le cose che facciamo per la prima volta». È vero. Quando siamo giovani il mondo è quasi interamente fatto di prime volte. Il primo viaggio, il primo lavoro, il primo amore, il primo concerto, la prima città scoperta da soli, la prima volta che facciamo qualcosa senza sapere bene come andrà.

Poi accumuliamo esperienza. Che è una cosa preziosa. Ma, quasi senza accorgercene, accumuliamo anche cose già fatte. Alle sette e tre di quella sera non avevo mai visto un’opera. Qualche ora dopo potevo dire di averne vista una. Ma soprattutto avevo incontrato tre persone che non avrei mai conosciuto se avessi deciso di tornare in camera. Forse Nadia ha ragione. Le prime volte, con gli anni, diventano più rare. Proprio per questo vale la pena continuare a cercarle.

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Pubblicato il 03 Ottobre 2026
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