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Il “partito operaio borghese” di Caielli

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9 Dicembre 2007

Egregio direttore,

gli interventi di Roberto Caielli in questa rubrica meritano attenzione, perché mi pare che rappresentino, weberianamente, la manifestazione di una figura ‘ideal-tipica’, che è poi quella incarnata dai dirigenti locali del Partito democratico.

Non si potrebbe immaginare, infatti, un taglio più netto, anche sul piano lessicale, sia con la tradizione socialista sia con la tradizione comunista, tanto che mi domando se, e in caso affermativo fino a che punto, il modo di ragionare sui problemi sociali, politici e culturali del nostro paese e, più in generale, del nostro tempo, quale emerge dai suddetti interventi, sia il frutto di un involontario accecamento ideologico, dovuto all’introiezione di dosi massicce del ‘pensiero unico’, o di un cosciente indirizzo ideologico-culturale, ammesso e non concesso che il ‘nuovismo’, il ‘nuovo inizio’, il ‘nuovo patto democratico’ e altri ‘fuochi fatui’ che oscillano a mezz’aria sul gran corpo in decomposizione del Pci e della Dc, di cui il Pd è con tutta evidenza un sottoprodotto, possano essere tradotti in un organico e coerente indirizzo ideologico-culturale.

Caielli (cfr. lettera del 9 dicembre) afferma, sotto la suggestione dell’ultimo rapporto Censis da lui esplicitamente richiamato, che “l’unico programma serio è proporsi di rimettere insieme i tanti pezzi egoisticamente frantumati della nostra società” e conclude con ottimismo scoutistico che “forse vale la pena di provarci”. Ma la nostra società, come dimostrano i più diversi e spesso tragici fenomeni, è una società divisa in classi, talché l’intento di unire una simile società prescindendo dalle sue divisioni e dai suoi conflitti o è una pia illusione o non implica altro se non una cambiamento della forma del dominio, che corrisponde esattamente al ‘connubio’, cui stiamo assistendo in queste ultime settimane, fra le due destre: quella populista e pubblicitaria di Berlusconi e quella tecnocratica ed elitaria di Veltroni. Laddove alla ‘discordia concors’ (o ‘concordia discors’) nell’àmbito di un tendenziale bipartitismo politico-istituzionale, integralmente sussunto nella logica di un liberismo sempre meno temperato e di un capitalismo dal volto sempre meno umano, corrisponde, nell’attuale congiuntura, l’assenza di un bipolarismo sul piano sociale, ossia l’assenza di una rappresentanza organizzata del conflitto fra la classe operaia e la borghesia, da cui soltanto potrebbe nascere un ‘nuovo compromesso’ post-fordista e un ‘nuovo patto democratico’.

Il buon Caielli prosegue, per altro, la sua argomentazione, lamentando “l’incapacità di riformare non solo l’economia ma anche la pubblica amministrazione, di mettere in ordine le priorità secondo l’interesse generale e dei più deboli”. A questo punto, se non sapessi che, prima, per gli ex comunisti definirsi ‘democratici di sinistra’ significava prendere le distanze dai socialisti e dai comunisti e che, ora, per gli ex ‘democratici di sinistra’ definirsi semplicemente ‘democratici’ significa abbandonare anche quel timido complemento di specificazione (per non dire di qualità) che differenziava i democratici di sinistra dai democratici di centro e di destra, inviterei Caielli ad usare termini più precisi come ‘strati proletari’ o ‘classi subalterne’, anziché un’espressione così rugiadosamente ipocrita e così intrisa di paternalismo populistico come ‘i più deboli’ (destinata magari in un prossimo futuro ad essere sostituita dal sintagma ‘i più sfortunati’), prendendo in tal modo le distanze dal linguaggio della filantropia piccolo-borghese, non meno ridicolo che antiscientifico. Ma, come ben sapeva Marx, la coscienza di classe si rivela innanzitutto nel linguaggio, che ne è la ‘manifestazione pratico-sensibile’.

Infine, tralasciando le banalità concernenti la necessità di “una politica più onesta” (come se, laddove esiste il mercato economico, potesse non esserci il mercato politico) e “il coraggio di ammettere che non si può più pensare lo Stato sociale come 30 anni fa, quando gli anziani non erano che una piccola minoranza della popolazione e gli immigrati non c’erano” (laddove, pensando al contenuto e all’indirizzo del recente protocollo sul Welfare, il termine “coraggio” è degno del linguaggio scatologico e ginecologico di Daniele Luttazzi), giova osservare, poiché è un errore di grammatica politica, che “l’interesse generale”, evocato dal nostro ‘democratico’, non esiste se non nelle nebulose regioni della mistificazione ideologica (“l’interesse generale”, come ben sanno tanto la critica marxista quanto la scienza politica borghese, non è altro che la copertura degli interessi particolari delle diverse classi che controllano il potere), essendo corretto, semmai, evocare l’‘interesse pubblico’, al quale soltanto, nel contesto politico-giuridico dello Stato di diritto, si può attribuire un significato rigoroso. E, su questo terreno, varrebbe la pena di richiamare il vero e proprio ‘vulnus’ inferto nel 2001, per iniziativa dei Ds e del centro-sinistra, alla Costituzione italiana con la riforma del Titolo V della Costituzione, riforma istituzionalmente improvvida e gravemente distorsiva del concetto stesso di ‘interesse pubblico’.

In conclusione, la trasformazione del Pci in “partito operaio borghese”, le sue successive metamorfosi nel Pds e nei Ds, nonché il finale approdo nel Pd, trovano una spiegazione magistrale alla luce di quanto già osservava Lenin nel 1916, talché vale senz’altro la pena di riportare la sua analisi sull’argomento: “Le istituzioni politiche del capitalismo contemporaneo, la stampa, il parlamento, le associazioni, i congressi ecc., creano per gli impiegati e gli operai riformisti e patriottici, rispettosi e sottomessi, elemosine e privilegi politici corrispondenti ai privilegi economici. Posticini redditizi e tranquilli in un ministero, nel parlamento e nelle varie commissioni, nelle redazioni di “solidi” giornali legali o nelle amministrazioni di sindacati operai non meno solidi e “obbedienti alla borghesia”: ecco con che cosa la borghesia imperialistica attira e premia i rappresentanti e i seguaci dei “partiti operai borghesi”.

“Il meccanismo della democrazia politica agisce nella medesima direzione. Nel nostro secolo non si può fare a meno delle elezioni, non si può fare a meno delle masse; e nell’epoca della stampa e del parlamentarismo è impossibile trascinare le masse al proprio seguito senza un sistema largamente ramificato, metodicamente applicato, solidamente attrezzato, di lusinghe, menzogne, truffe, giochetti con paroline popolari e alla moda, promesse, fatte a destra e a sinistra, di ogni sorta di riforme e di ogni sorta di benefici per gli operai, purché essi rinuncino alla lotta rivoluzionaria per abbattere la borghesia” (Lenin, “L’imperialismo e la scissione del socialismo”, 1916).

Enea Bontempi

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