Gli industriali altomilanesi: “Meno tasse, più riforme”
Migliora la situazione, e la crisi sembra alle spalle: ma permangono punti di attrito con il governo (Finanziaria) e si allunga l'ombra del capoluogo lombardo sul territorio
L’industria altomilanese ha finalmente tirato fuori la testa dall’acqua. Crescono edilizia e servizi alle imprese (+18% e +15% nel 2002-2005), nascono nuove aziende, per lo più sotto i 9 dipendenti, si crea un sistema virtuoso, solido e capace di innovare. Lo dichiarano i dati presentati lunedì all’assemblea generale di Confindustria Alto Milanese, tenutasi presso il Teatro Cantoni di Legnano. Assente quello che doveva essere l’ospite d’eccezione dell’incontro, il ministro del Lavoro Cesare Damiano, che non ha potuto presenziare per impegni imprevisti a Roma, la relazione più importante è stata quella affidata alla presidentessa di Confidustria Alto Milanese, Antonella Rudoni (foto).
Il quadro economico è migliorato e gli ordinativi finalmente sono di nuovo in crescita "dopo anni di crisi e di dolorosa ‘scrematura’ darwiniana fra le imprese della zona", sottolinea Rudoni: il prezzo pagato all’apertura dei mercati e all’avvento della globalizzazione è stato pesante. Un elemento cruciale è la "tenuta" del distretto industriale e della sua cultura: l’Alto Milanese (inteso come l’area fra Legnano e Turbigo, con esclusione di Busto-Castellanza e Saronno) resta, crisi o no, una zona che impiega ben il 50% della manodopera nell’industria.
"Ora si apre una fase nuova, quella dell’innovazione permanente" citava Rudoni; e con la fine del 2006 termineranno anche i 13 anni in cui l’Alto Milanese è stato inserito dalla UE fra le zone soggette a declino industriale (Obiettivo 2). Ora, finita la (relativa) "manna" da Bruxelles, bisognerà riprendere a remare con le proprie forze, contando, sottolinea la relazione, sulla posizione strategica del territorio, cerniera fra Milano, la Nuova Fiera e Malpensa: una "Terra di Mezzo" come la definirà, nell’esporne i dati aggiornati, Sandro Lecca dell’Ufficio studi della Camera di Commercio. La questione di Malpensa, poi, fattasi rovente negli ultimi giorni, ha visto Rudoni difendere l’hub e il suo ruolo: "Vogliamo andare a New York o a Shanghai partendo da Malpensa, e non da Zurigo o Francoforte; perchè quella, e non Fiumicino, sia chiaro, sarebbe l’alternativa".
Ma "i mal di pancia, putroppo, non finiscono qui": su tutti la
Finanziaria. A luglio il DPEF era stato tanto apprezzato dagli industriali per i contenuti riformistici quanto l’attuale forma assunta dalla manovra li lascia delusi. Il taglio del cuneo fiscale è "irrinunciabile", ma "rischia di essere vanificato dall’aumento di altri tributi e dal prelievo forzoso sul Tfr"; anche la norma che da quest’ultima manovra esenta le imprese sotto i 50 dipendenti per Rudoni "è un disincentivo alla crescita aziendale". Ma anche il decreto correttivo al codice ambientale approvato pochi giorni or sono è visto come fonte di spese, e la Legge Biagi va integrata con revisioni contrattuali, per quanto "antipatiche", nell’ottica della lotta all’abuso di certe garanzie. Per Rudoni la flessibilità, "che non è precariato ma regole certe e funzionali", va discussa ed attuata insieme, senza pregiudizi ideologici. "Meno tasse, più riforme" chiede dunque Rudoni in coro con gli industriali altomilanesi.
Vi è infine il livello locale, dove emerge una fatale convergenza su Milano dei centri decisionali, prospettiva che non sembra affatto turbare gli industriali. Il fondo Confidi locale, utile strumento di sostegno all’imprenditoria, è stato fuso con quello milanese per dargli "spalle larghe" e solidità: "uno dei nostri maggiori successi" ha commentato il segretario generale della camera di Commercio milanese Pier Andrea Chevallard. Frattanto il progetto della città metropolitana di Milano avanza inesorabile. Avanza a tal punto che nel suo intervento il sottosegretario alle Comunicazioni e (ancora per poco) assessore provinciale per l’Alto Milanese, Luigi Vimercati, rimarcava come la Provincia di Milano abbia chiesto espressamente la propria abolizione in favore del nuovo ente territoriale, previsto nella riforma costituzionale del 2001 e non ancora attuato. Il tutto mentre il territorio resta ai marginid ell’interesse degli investitori esteri, un punto dolente messo in luce durante l’assemblea, ma forse non ancora con sufficiente vigore.
Se Vimercati, da esponente del centrosinistra, ricordava l’attenzione della Provincia alle problematiche della zona – dal sostegno all’innovazione fino alla dedica di una delega assessorile per l’Alto Milanese – il controcanto veniva dal senatore di An Giuseppe Valditara. "La Lombardia è la Regione più penalizzata dalla Finanziaria" lamentava l’esponente politico. "Che fine faranno i progetti infrastrutturali già approvati, con tutti i tagli previsti? Da liberale credo che l’azione politica debba essere condotta in chiave di lotta alla povertà e favore alla ricchezza, non di lotta alla ricchezza come fa questa manovra ideologica". Valditara ha anche ricordato i progetti di AN per la scuola: "Mentre il governo chiede agli insegnanti di bocciare di meno per risparmiare su classi e docenti, noi chiediamo meritocrazia e riconoscimento economico alle scuole migliori e ai professori migliori".
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