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La mia rivolta verso la maleducazione sul treno dei pendolari

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10 Ottobre 2014

Caro Direttore,

questa mattina è stata movimentata. Il Laveno-Milano delle 7 a Tradate oltre che presentare un numero randomico di carrozze che ti costringono a stare in piedi presenta anche un numero randomico di imprevisti stile Monopoli.

Oggi, un gruppo ben noto di studenti,  che da alcune settimane ci allietano dei loro gridolini, discorsi non-sense urlati a tutti e una certa dose di stupidera giovanile (lecita ed ammessa) è stato oggetto di una mia osservazione scatenata dall’avermi fatto superare la dose di sopportazione.
Non mi piacciono le scenate in pubblico. Ho aspettato che scendessero al capolinea  per fargli presente che sulla carrozza non ci sono solo loro, che va bene parlare ma fare la caciara ogni santa mattina è tutta un’altra storia. Che non sono nel loro salotto. Che c’è altra gente è che molti li osservavano mal sopportando questa continua fonte di maleducazione.
L’effetto sorpresa è stato determinante (come in tutte le guerre), non se l’aspettavano e non hanno reagito. Avranno capito? Sono molto scettico.

La cosa che mi ha stupito è che fino all’ingresso della metropolitana ho raccolto consensi unanimi. Un nutrito numero di combattenti per la resistenza mentale dei pendolari si è rivelato, uscendo dall’anonimato.
Due gentili signore hanno condiviso con me le loro battaglie e hanno anche ammesso che a volte riprenderli è peggio: prima perchè non capiscono, secondo perché per ripicca fanno di peggio.

Insomma, non saremo mai come la Germania con la carrozza del silenzio, ma nemmeno accettare di venire dominati e stressati da un gruppo di 18enni maleducati o dall’adulto sciattone con la bocca sempre incollata allo smartphone a berciare.

Questo mai! Li sfianco io prima che loro sfianchino me. Se questo paese ha dimenticato l’educazione sono loro che sbagliano, non di certo io. E accampare diritti inventati a nulla servirà.

Siete M A L E D U C A T I, punto. E non avete più la percezione di stare con altre persone. Vi credete onnipotenti, con il vostro ego pompato a dismisura. E vi comportate di conseguenza, usando la carrozza come bar, ufficio, sala meeting, salotto, nursery e camera da letto. Ci urlate a fianco all’orecchio, seduti vicino a noi non preoccupandovi che quello alla vostra sinistra non è un accessorio del treno ma un essere umano a cui stanno girando parecchio i cosiddetti.

Non riesci a fare nulla con questa gente che gesticola e parla, parla, parla, parla, si agita mimando alla platea chissà quale tragedia greca. Una volta riuscivo a macinare libri, adesso non riesco nemmeno a sonnecchiare. È come dormire con a fianco un Labrador che abbaia.
E quando gli chiedi gentilmente di farti scendere continuano a parlare capo chino al cellulare e manco si muovono di un millimetro. Non hanno percepito la tua presenza.

E non sperate di essere capitati in un caso isolato, perché ce ne sono decine come loro. Via uno ecco arrivare subito il suo clone con una nuova entusiasmante mimica e storiella con cui allietarci.

Dopo 20 anni di pendolarismo potrei essere il biografo ufficiale di tutta questa gente. Solo che nessuno mi comprerebbe il libro giudicandolo poco interessante.
La socialità sul network è sfociata nell’esibizionismo forzato. Io ti urlo i cazzi miei, poco importa che a te non interessino, intanto ascolta. E non ti perdere il giorno dopo, perché il parlatore seriale avrà sempre qualcosa da dire.

Pendolari di tutto l’asse Varese unitevi! Una lunga guerra sulla educazione ci aspetta.

PS: qualcuno dirà: pero tu ci hai tirato un bel pippone mica male con questa lettera (sempre che verrà pubblicata).
Io rispondo: la lettera la puoi chiudere e non leggerla, purtroppo il tasto del volume per zittire le persone non l’ho ancora trovato, anche se un mio collega mi ha detto che esistono dei jammer che disturbano i cellulari. Ecco, forse il mio collega è un po’ estremo.

Felice

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