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Ancora sulla guerra contro la Libia e sulla sinistra pro-imperialista

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14 Ottobre 2011

  Mentre è ancora in corso (o sta per concludersi con un bagno di sangue) l’assedio dei ‘ribelli’ alle città di Sirte e di Bani Walid, uno degli ultimi atti della sporca guerra condotta dalla Nato per occupare la Libia, e si riaccende il conflitto a Tripoli, uno dei primi atti della resistenza libica, vorrei ricostruire sinteticamente la genesi e le fasi di questa guerra neocoloniale del ventunesimo secolo che, come ha ricordato Spartacus (cfr. lettera n. 171), ha provocato finora, secondo le stime fornite dai vincitori (sia quelli dell’Occidente sia quelli libici), 50.000 morti e 100.000 profughi.
Occorre partire, in primo luogo, dalla constatazione che l’attacco della Nato alla Libia, essendosi inserito nel contesto di una guerra civile fra due campi opposti, ha violato totalmente, sfacciatamente e platealmente la risoluzione n. 1973 dell’Onu che, istituendo la ‘no fly zone’, si limitava ad impedire l’alzarsi in volo degli aerei libici per bombardare città in mano all’opposizione al regime, ma non autorizzava affatto il bombardamento in terra di uno dei due campi contrapposti e, inevitabilmente, della popolazione civile fedele ad esso. È bene ricordare, a questo proposito, che la Nato, palesando pienamente la natura disumana e barbarica dell’imperialismo, ha effettuato qualcosa come oltre 20.000 azioni di bombardamento sul territorio libico. Come è noto, Germania, Russia, India, Cina e Brasile si sono astenuti e hanno condannato, sia pure tardivamente, l’aggressione che Francia, Inghilterra e Stati Uniti hanno scatenato contro la popolazione libica in nome della tutela dei diritti umani. Un’autentica mistificazione, che è servita anche al governo italiano per dare una parvenza di legittimità alla sua partecipazione a tale aggressione.
In realtà, la rappresentazione propagandistica con cui si è cercato di legittimare l’attacco militare della Nato, rappresentazione per cui vi era un intero popolo, quello libico, in lotta contro un ‘dittatore feroce e sanguinario’, Muammar Gheddafi, è stata la ripetizione di un copione già sperimentato nel 1999 con Milosevic e nel 2003 con Saddam Hussein, anch’essi, ovviamente, ‘dittatori feroci e sanguinari’. Sennonché l’Onu non parla di ‘dittatori feroci e sanguinari’ in lotta con i rispettivi popoli, ma di regole internazionali e di diritto internazionale. Dunque, occorre constatare che l’Europa e l’Italia, anziché favorire i tentativi compiuti dall’Unione Africana oppure dal presidente Chavez o dalla Turchia al fine di stabilire una mediazione fra i due campi in lotta, hanno sostenuto e sostengono l’armamento dell’uno e il bombardamento dell’altro. Così, poiché in Libia è scoppiata una guerra civile, la partecipazione del nostro Paese alla guerra contro la Libia si è configurata non solo come una gravissima violazione della Costituzione italiana che condanna la guerra (articolo 11), ma anche come un intervento di parte a sostegno di uno dei campi contrapposti in cui si sono scissi lo Stato e la società libici.
Pertanto, basandomi sulle considerazioni che precedono, sono stato personalmente a favore del pieno diritto del governo legittimo di Gheddafi a resistere con tutti i mezzi ad una aggressione militare che è stata scatenata dalla signora Hillary Clinton ed è stata condotta in prima linea da altri due signori che rispondono ai nomi di Nicolas Sarcozy e di David Cameron: aggressione che non può essere definita correttamente, a mio avviso, se non come imperialistica e neocolonialistica.
In secondo luogo, desidero affrontare un’altra questione, a mio avviso assai rilevante, che nasce da questa guerra e che provo a riassumere in questi termini: come mai il signor Pietro Ingrao, la signora Rossana Rossanda, la signora Susanna Camusso, gli attori Dario Fo e Franca Rame, lo stesso Presidente della Repubblica, esponenti prestigiosi della sinistra italiana, si sono schierati a fianco della Nato? Si tratta, in questo caso, di una questione cruciale che riguarda l’atteggiamento della stragrande maggioranza della sinistra rispetto alla guerra contro la Libia e non, semplicemente, l’opinione personale dello scrivente. Sarebbe necessario, volendo abbozzare una risposta a questo interrogativo, approfondire le ragioni della decadenza, che data perlomeno dagli ultimi trent’anni, di un punto di vista comunista, socialista e democratico sulle questioni internazionali: un punto di vista che ha finito con l’abbandonare la categoria interpretativa dell’imperialismo e ha completamente abbracciato la teoria imperialistica di quello che si può definire “interventismo umanitario”. L’atto di nascita di questa teoria risale, non a caso, alla guerra del Kosovo di dodici anni fa, quando fu attribuita al ‘feroce e sanguinario dittatore’ dei Balcani, Milosevic, la responsabilità di un genocidio inesistente che sarebbe stato compiuto contro la popolazione albanese del Kosovo, ragione per cui i bombardamenti della Nato contro la Serbia ebbero questa motivazione ‘etica’. Segnalo, ‘per incidens’, che una lucida analisi critica della teoria imperialistica dell’“interventismo umanitario” è stata svolta dal filosofo del diritto Danilo Zolo nel saggio intitolato “Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale” (2000).

In sostanza, sposando l’ottica imperialistica dell’“interventismo umanitario” la sinistra italiana ha venduto l’anima al diavolo, poiché tale interventismo è, in realtà, un interventismo geopolitico rivolto alla distruzione di Stati e alla occupazione di territori. Infatti, alla fine della guerra del Kosovo gli Usa (soltanto loro e non la Nato) hanno creato una grande base militare in questo territorio (l’enorme complesso di Camp Bondsteel nel sud-est del Kosovo), mostrando alla luce del sole le finalità geopolitiche del loro intervento militare. D’altronde, già Tucidide, nella sua grande opera sulla “Guerra del Peloponneso”, ci ha insegnato a distinguere tra i motivi reali e le motivazioni ideologiche. L’analisi delle cause reali e delle cause ideologiche della guerra tra Sparta e Atene, analisi che Tucidide svolge nella sua opera, è perfetta e costituisce ancor oggi un modello di indagine storico-politica. La causa reale della guerra contro la Libia non è certamente quella postulata dall’ideologia dell’“interventismo umanitario”, perché, se così fosse, si sarebbero dovuti appoggiare i tentativi di mediazione dell’Unione Africana, del Venezuela e della Turchia, tentativi che, se fossero stati appoggiati, avrebbero consentito di ridurre il numero dei morti e dei feriti provocati da questa sporca guerra.

Enea Bontempi

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