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Assistenza domiciliare e covid-19

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1 aprile 2020

“L’assistenza infermieristica è un’arte, e se deve essere realizzata come un’arte, richiede una devozione totale e una dura preparazione come per una qualunque opera di pittore o scultore… Con la differenza che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano, il tempio dello Spirito di Dio. È una delle Belle Arti, anzi la più bella tra le arti belle.”
Florence Nightingale

Sono un’infermiera che presta assistenza ADI (assistenza domiciliare integrata) e cure palliative sul territorio di Varese. Forse non tutti conoscono questa possibilità di cura parallela alla realtà ospedaliera, quindi spiego brevemente di cosa si tratta. Insieme ai miei colleghi creiamo una rete capillare che eroga servizi sanitari sovvenzionati dalla regione per utenti di tutte le età. Le prestazioni sono quelle di pertinenza infermieristica e fisioterapica e di accompagnamento al fine-vita in collaborazione con l’equipe UCP-DOM (Unità Cure Palliative Domiciliari) costituita da medico, infermiere, psicologo e operatore socio-sanitario.
Un lavoro splendido, certo faticoso perché ci spostiamo di casa in casa e siamo sempre reperibili, ma la possibilità di entrare in punta di piedi nella realtà familiare non ha eguali… Qui l’arte infermieristica viene coltivata e raffinata quotidianamente e modellata in base alle necessità delle persone che assistiamo.
In questo difficile periodo anche noi ci prendiamo cura di pazienti COVID-positivi, o presunti tali, ma si potrebbe fare molto di più e la proposta è già stata inoltrata a Regione Lombardia. Questa proposta deriva dal fatto che i numeri sui contagi pubblicati quotidianamente riguardano quasi esclusivamente pazienti ospedalizzati, e tutti i positivi sul territorio chi li conteggia? Non per avere la soddisfazione di vedere numeri ancora più alti, ma per conoscere la realtà anche se può far paura.

La richiesta portata avanti è quella di utilizzare la rete capillare già in essere dell’assistenza territoriale per eseguire tamponi alla popolazione (o per lo meno alle persone assistite e ai loro famigliari) durante i nostri consueti accessi giornalieri, in modo tale da avere una vera fotografia dei contagi in provincia, sommando entrambi gli addendi: ospedale e territorio.
Sul territorio ci sono molte persone sintomatiche, certo non dispnoiche al punto tale da richiedere un’ospedalizzazione, ma sicuramente contagiose. Essendo fragili, vivono insieme a un care-giver che diventa veicolo di diffusione a grappolo del virus. Per non parlare di noi operatori che li visitiamo e poi saltiamo di casa in casa (compresa la nostra).
Si parla tanto di continuità assistenziale, questo è uno di quei momenti in cui è necessario metterla in pratica.
Non fermate questa bellissima arte ora, arte non fine a sé stessa, ma arte che aiuta a salvare vite umane, ripeto: vite umane.

Lettera firmata

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