Credevo in AirOne, sono rimasto deluso
1 Agosto 2008
Caro direttore
le inoltro questa lettera aperta a Carlo Toto, di AirOne.
Volare è sempre stato il sogno dell’uomo. Farlo con la Sua compagnia, un po’ meno.
Da ragazzino, caro Signor Toto, ho guardato con ammirazione alla Sua idea imprenditoriale di costituirsi quale alternativa al monopolio di Alitalia. Ammirazione che si è consolidata quando si è reso disponibile ad acquistare la compagnia di Bandiera; non solo per consentire la continuità di un marchio che è stato prestigioso ma, anche, per portare efficienza dove i privilegi, le inettitudini e l’arroganza non l’hanno mai consentito. È capitato così che non molto addietro ancora festeggiassi l’arrivo di Airone a Malpensa, rinunciando ai diritti maturati con la Freccia Alata. Avrei volato sui Suoi vettori, tradito da una compagnia che per pura demagogia lasciava un aeroporto che non poco aveva contribuito al suo fatturato. E molto meno – come si è invece da più parti voluto far credere – alle sue perdite.
Capirà allora il mio rammarico e – perché no? – il mio risentimento per le estenuanti attese di aerei che (ahimé) neanche una volta sono partiti negli orari previsti. Puntualmente ho assistito (e subito) a ritardi sempre più gravi, soprattutto perché ingiustificati, oltre che ingiustificabili. Pazientemente ho chiesto al personale di turno spiegazioni che dovrebbero arrivare prima di essere richieste. Eppure nessuno mai sapeva niente. E, ironia della sorte, il pannello luminoso sempre lì a ribadire la puntualità di un volo il cui orario era già stato superato da un pezzo. Finché da ultimo mi sono domandato come fosse mai possibile accumulare un’ora e mezza di ritardo su un volo di appena 50 minuti (volo delle 10:45 da MXP a FCO del 23/07/08, la prego controlli!). Ma, come ormai da copione, anche qui nessuna risposta. Perché quella avuta dall’addetta all’imbarco credo sia meglio dimenticarla. Come se l’essere puntuali e pretendere di conoscere l’effettivo orario del decollo di un aereo – per giunta ancora assente – sia una colpa del passeggero.
Scrivo a Lei e a tutto il Customer Care per farLe sapere che tali inefficienze non sono più tollerabili. E, da parte mia, non più tollerate. In copia, per conoscenza, troverà (La prego di non stupirsene) la SEA, che nel tentativo di sollevarsi da un tradimento feroce rischia oggi di trovarsi coinvolta con un partner inefficiente. E la Lufthansa, Vostra partner, nella speranza che con la Sua puntualità e precisione possa in qualche modo aiutarVi a comprendere la necessità di mantenere le promesse date. Perché – sia chiaro – l’orario riportato su un biglietto, io lo ritengo una promessa! Ovviamente poi leggerà in copia le redazioni di alcuni organi di stampa e della radio, con l’auspicio che questa lettera (che non avrei voluto scrivere) venga pubblicata a tutela dei viaggiatori.
Io, da parte mia, non salirò, laddove possibile, su uno dei Suoi voli. Un insignificante segno meno sul bilancio della compagnia – me ne rendo conto – ma un gesto di coerenza per rispetto del mio tempo e del suo valore. Spero in molti seguiranno il mio esempio. E non perché voglia augurare la bancarotta alla Sua azienda, ma perché vorrei che questo Paese la smetta di lamentarsi senza poi fare nulla. Qui mi fermo, salutandoLa con le parole di una donna che era solita lottare quando vedeva qualcosa di sbagliato: quello che avevo da dire, l’ho detto. La coscienza pulita me lo ha consentito. La rabbia me lo ha imposto. Adesso basta però. Punto e basta.



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