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Il dolore invisibile nelle case di riposo

malattia
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21 Ottobre 2020

Egregio direttore,
C’è un mondo sommerso, che solo chi è direttamente coinvolto conosce.
Quest’anno se ne è parlato molto, perché al centro di questa epidemia ha rivelato tutta la sua fragilità. È il mondo delle RSA, Residenza assistenziale sanitaria. La mia conoscenza di questo mondo è iniziata presto, troppo presto.
Una malattia invalidante, quanto improvvisa, ha costretto mia madre ad un’assistenza continuativa. Non sto a discutere, ne a giustificare la mia scelta, e da figlia unica me ne prendo tutta la responsabilità sulle spalle. Non mi interessa il se e il ma, le scelte sono sacrosante e individuali, qualunque esse siano.

Chi non è immerso in questo mondo, non sa cosa significa il continuo senso di colpa, le decisioni improvvise da prendere, le tasse da pagare sempre e comunque, la complessa gestione dell’orario lavorativo con le visite, i conti correnti che si svuotano alla velocità della luce, i rapporti con il personale non sempre comprensivo di quanto appena descritto. In tutto ciò scorre la vita quotidiana, fatta di lavoro incerto e ritmi famigliari che tutti conosciamo.

Ora, se così sembra già pesante, con l’aggiunta del Covid i livelli di preoccupazione salgono a dismisura. Però, mentre con il Covid, con grande sollievo, ce la stiamo facendo, perché la struttura sanitaria che ho scelto regge e gestisce bene la situazione (nulla da eccepire in questo), dall’altra parte ti arriva, sempre da loro, una mail molto toccante.

Capisci che c’è un’incomprensione di base. Cosa che , tra l’altro, avevo già percepito quando insistentemente ho dovuto spiegare che lavorando 8 ore al giorno tutti i giorni ero impossibilitata a rispettare gli orari di visita/consegna e ritiro lavanderia alle 11 del mattino. Seriamente, ho dovuto leggere i turni alla Responsabile della struttura perché sembrava non crederci.
Mi ha fatto tornare alla mente quando non mi credeva neanche l’assistente sociale mentre gli spiegavo che non sapevo come sostenere mia madre, fresca di invalidità al 100%, in una spesa così grande. Quello sguardo sospettoso lo ricordo come fosse ieri. Ti rimane addosso e alimenta il tuo senso di colpa, ma ormai su quello ho il callo. È proprio vero che quello che non ti uccide ti fortifica.

Torniamo alla mail. Ti comunicano, che, loro malgrado, sono costretti ad aumentare la retta. In piena incertezza economica. La tua.
Con la paura che se non perdo il lavoro io, potrebbe però perderlo mio marito, che gli interessi del mutuo (più alti del mutuo stesso per ironia della sorte)sono comunque da pagare, bollette, condominio…. e tutto quello che vi viene in mente e che assolutamente non diminuisce.
Tranne lo stipendio, quello è sempre controcorrente e non aumenta. Potrebbe però terminare del tutto, e allora non ci sarà più retta, non ci sarà più RSA.

Tanti non sanno cosa c’è nelle vite di chi ha dei cari in queste strutture ed è perché il senso di colpa del “non fare mai abbastanza” non ci fa prendere posizione, a volte si sbotta ma proprio per la pressione enorme, psicologica ed economica, che tutti, strutture comprese, sottovalutano.

A fronte di questo c’è il volere il meglio per loro, persino non vederli diventa giusto, pur di proteggerli. Chi è nella mia situazione sa solo una cosa, che deve correre, sempre , per un motivo o un altro, per dare luce a quella responsabilità che nessuno vede.

Tiziana Trocchi

Commenti

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  1. Feli Sodano Papis
    Scritto da Feli Sodano Papis

    Cara Tiziana, questa lettera mi corrisponde, parola per parola, dolore per dolore, preoccupazione per preoccupazione ad eccezione dell’Assistente Sociale che nelle sue poche possibilità, ha sempre dato una mano. Noi abbiamo ricoverato mio fratello in coma apallico dopo un incidente in motorino 30 anni fa, aveva solo 22 anni, da allora ha ricevuto amorevoli cure casalinghe da parte dei miei genitori in primis, ma tutta la famiglia è rimasta coinvolta, per non dire sconvolta da allora. Dopo la loro morte 13 e 5 anni fa ci siamo assunti la responsabilità delle sue cure rendendoci conto dopo 2 anni, che la nostra buona volontà non era più sufficiente data la gravità e ormai la sua l’esigenza era di avere cure mediche e infermieristiche 24 ore su 24. Così la decisione di ricoverarlo in Rsd ( residenza disabili ) con la speranza iniziale che l’ Ats si prendesse carico totale vista la rilevanza dei sintomi, ma nonostante abbia la Peg, la tracheotomia, l’ossigeno permanenti, non parla, è cieco da un’occhio, non si gira, è totalmente immobile, ma apre e chiude gli occhi e saltuariamente a comando solleva un pollice, così per l’ente preposto è ancora dotato di minima coscienza, per cui dobbiamo pagare. Abbiamo una casa di proprietà e una pensione d’anzianità di 1.450 euro, non ci siamo mai sentiti poveri, ma dopo 2 anni di ricovero siamo già allo stremo sia per la situazione Covid che ci impedisce di stargli vicino come vorremmo, sia per l’enorme spesa e sinceramente vediamo un futuro nero che più nero non si può. L’abbraccio con affetto Felicia Sodano