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Educare dopo Auschwitz”

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9 Febbraio 2013

Gentile direttore,

ho letto l’interessante lettera su Varesenews del 6/02/2013 ( Le cause “caratteriologiche” dei totalitarismi”) del dr. Giovanni Dotti che ringrazio per le sue parole, il suo apprezzamento per i miei scritti e per la stima che mi riserva, che contraccambio caramente. Ho trovato interessante il suo invito ai professori, agli studiosi ad approfondire quegli aspetti “psicologici, caratteriologici e ideologico – religiosi insiti in ogni politica che Fromm e la Scuola di ricerche sociali di Francoforte” hanno analizzato, accanto ai fattori macroscopici economici, sottesi alla categoria del totalitarismo nazista e fascista. Questi aspetti, com’ è noto, secondo lo schema marxiano, rientrano nella sfera sovra-strutturale, ideale e politica, accanto a quelli della sfera strutturale economica, come giustamente riconosce il dr. G. Dotti, ed agendo dialetticamente ed autonomamente con la struttura economica, contribuiscono, anche se non in modo determinante, nel muovere il processo storico.

Del resto già Nietzsche, morto nell’ agosto del 1900, ma che aveva previsto con largo anticipo i disastri del Novecento, a proposito della follia affermava: “Nei singoli la follia è una rarità: nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola;” e nel 1888, in Ecce Homo, profeticamente ammoniva: “Ci saranno guerre come non ci sono mai state sulla terra”. Ciò che la storiografia seria però non può prendere in considerazione (cosa che il dr Gotti conosce benissimo) è quello di considerare questi aspetti, chiamiamoli così caratteriologici, come la follia (e la megalomania di Hitler e di Mussolini) come preponderanti e determinanti e tali da condizionare tutto il processo storico, e nel nostro caso, lo sterminio operato dal nazifascismo, cosa che ho rimproverato ai due estensori delle due lettere con le quali ho dissentito la settimana scorsa su Varesenews, I fattori “psicologici” personalmente non li ho mai ignorati, ma nell’economia della mia precedente lettera, li ho ricondotti, come ho detto, implicitamente alla sovrastruttura ideale. Nelle lezioni a scuola, ( ho spesso utilizzato, accanto alla testimonianze di ex – deportati diverse video-cassette dei palinsesti della Rai e di Sky che trattavano quegli aspetti psicologici richiamati dal dr. Gotti ). Normalmente in conferenze o in saggi, dove non ho problemi di tempo o di spazio, come accade invece nelle lettere sui giornali, tratto questi aspetti accanto agli altri elementi. Però in una fase come questa nella quale continua su più fronti la “normalizzazione del fascismo”; dove i negazionisti riaffermano le loro menzogne e i movimenti neonazisti inneggiano allo sterminio, scrivendo frasi oltraggiose del tipo:“Hitler ce l’ha insegnato uccidere gli ebrei non è reato!”, penso che i nostri sforzi debbano essere concentrati principalmente a ricordare e stigmatizzare l’Olocausto, come prodotto della struttura materiale della società moderna, piuttosto che concentrarci su aspetti caratteriali dell’animo umano, per quanto importanti.

E questo per non favorire “uno spostamento del bersaglio” né offrire alibi e né “portare acqua” al processo di normalizzazione e banalizzazione dei crimini dei totalitarismi fascisti e nazisti in atto. Perché penso, con Adorno, che i meccanismi sociali, politici e psicologici sfociati nel genocidio degli ebrei, dei politici e di tutte le altre minoranze, possano riprodursi oggi, sebbene in un contesto mutato e su scala diversa. Perciò ho qualche perplessità di ordine teorico e pratico ad addentrarmi nella trattazione di una problematica di carattere diciamo così “caratteriologico”, non perché non la ritenga utile in sé, ma perché non la considero produttiva in questo momento storico – politico e questo per due motivazioni: una di ordine teorico e l’altra di ordine pratico. Quella di ordine teorico mi dice che gli aspetti “caratteriologici”, richiamati dal dr. G. Gotti, attengono agli atti della coscienza, ma come ci ricorda K. Marx: “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. In altre parole, aggiunge il filosofo, anche “le immagini annebbiate che si formano nel cervello dell’uomo sono astrazioni del processo materiale della loro vita e legate a presupposti materiali. In quanto “la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza è, in primo luogo, direttamente intrecciata all’attività materiale degli uomini, al linguaggio e alla vita reale”. Le tesi che vogliono che il nazismo e il fascismo siano frutto della “follia” (e quindi anche della megalomania di Hitler e Mussolini) una specie di “deragliamento della storia”, sono state propugnate ad esempio da storici tedeschi ed italiani. Per i tedeschi è da segnalare Friedrich Meinecke, il quale considerava il nazismo come “l’irruzione di forze irrazionali nella società che avrebbero improvvisamente sconvolto e perturbato il corso della storia d’Europa”; mentre per gli italiani c’è da ricordare il capostipite Benedetto Croce, che non vedeva nel sorgere e svilupparsi del fascismo, in polemica con Antonio Gramsci, nessun collegamento con la storia e la crisi della società italiana precedente, ma una semplice ‘parentesi’ tra lo stato monarchico liberale e lo stato repubblicano democratico, una ‘malattia morale’ che avrebbe corrotto la società e la politica frutto di una ‘necrosi spirituale’ portata dalla guerra.”

Queste tesi purtroppo volte a considerare Auschwitz, come un “evento singolare ed eccezionale quindi anormale, reso possibile da una serie di circostanze storiche irripetibili,” continuano a circolare e ancora oggi vengono alimentate da fascisti e da una certa stampa benpensante di centro-destra e trovano ancora seguaci, come abbiamo potuto constatare, anche recentemente, su Varesenews. E’ difficile diceva E. Wiesel dare un nome in grado di racchiudere il senso vero e drammatico di quella tragedia immane che è stato il genocidio di milioni di uomini, operato dal nazifascismo. All’ex – sopravvissuto non piacevano né il termine Olocausto né quello di Shoah, perché il primo richiama una pratica religiosa, “un sacrificio, nel quale la vittima animale veniva bruciata sull’altare” e il secondo sta ad indicare un “disastro naturale”, come può essere ad esempio un terremoto. Non si tratta né di una pratica religiosa, né di un evento naturale, ma di un’opera progettata ed attuata lucidamente dall’uomo, figlio della civilissima Germania di Weimar. “Sono gli uomini a fare la storia e la Shoah, proprio per il suo carattere paradigmatico di esperienza “estrema”, è un evento profondamente umano. E questo il messaggio, terribile e cupo, di un libro implacabilmente lucido come I sommersi e i salvati – dice lo storico Enzo Traverso nel saggio “Fare i conti con il passato”: Auschwitz ha messo in luce tutto ciò di cui l’uomo è capace, la mole immensa di dolore e di sofferenza che l’uomo è in grado di provocare ad altri uomini. Considerare i campi di sterminio come un inatteso deragliamento della storia risponde a un bisogno psicologico di sicurezza, di pacificazione degli animi e di autoassoluzione delle coscienze: se si tratta di un fenomeno incomprensibile, avulso dalle strutture sociali e mentali che presiedono alla nostra esistenza, privo di radici e causalità, allora la sua condanna è più che sufficiente e ci esime dal porci altri interrogativi.” Questo modo di vedere Auschwitz come un “colossale incidente della storia”, “una sconcertante deviazione dalla linea evolutiva dell’Occidente” ecc.) non ha trovato d’accordo un rappresentante autorevole della Scuola di Francoforte il filosofo T. W. Adorno che ha decisamente preso le distanze da certe interpretazioni extra – o a – storiche. Il filosofo ha posto, alla fine degli anni Sessanta, con chiarezza, il problema drammatico dello sterminio, affermando in un breve saggio: “Educazione dopo Auschwitz” che “le condizioni che rendono possibili simili rotture d’umanità sono virtualmente insite nelle condizioni e nelle strutture oggettive delle nostre società e sono ancora operanti”. Non a caso B. Brecht ammoniva: “E voi, imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare. Questo mostro stava una volta per governare il mondo! I popoli lo spensero, ma ora non cantiam vittoria troppo presto; il grembo da cui nacque è ancor fecondo”. “Perciò né va dimenticato, come indicava Levi in Se questo è un uomo” – scrive ancora Enzo Traverso -“che Auschwitz era al contempo un campo di lavoro, dotato di veri e propri impianti industriali, e un campo di sterminio. In fondo vi era un’omologia strutturale notevole tra il sistema di produzione e quello di sterminio che coesistevano nell’arcipelago dei campi di Auschwitz. La Soluzione finale fu concepita come un complesso insieme di fabbriche produttrici di morte: gli ebrei ne costituivano la materia prima e i “mezzi di produzione” non avevano nulla di rudimentale, almeno a partire dalla primavera 1942, quando i camion a gas itineranti furono sostituiti da installazioni fisse incom¬parabilmente più efficaci: le camere a gas.

Qui, la morte era prodotta da erogazioni di Zyklon B, un acido prussico appositamente preparato dalla più avanzata industria chimica tedesca, la IG-Farben. La razionalità strumentale del genocidio nazista era resa funzionale da schiera di burocrati che, inchiodati alle loro scrivanie ai quattro angoli del Terzo Reich, vegliavano al buon funzionamento della macchina di morte. Il sistema di sterminio esigeva il concorso di tutte le istituzioni dello Stato nazista e di una larga parte della società tedesca, come pure la collaborazione attiva dei governi dei paesi occupati.” Questa complessa macchina di sterminio poteva funzionare grazie all’integrazione di ciascuna delle sue componenti vale a dire sulla base di ciò che H. Ford avrebbe definito un’organizzazione scientifica e moderna del lavoro. Che fare “per impedire”- come dice il dr. Gotti – “che tali tragedie dell’Umanità non abbiano più a ripetersi?” Penso che la risposta più convincente all’ interrogativo “mai più Auschwitz” l’abbia data Adorno nello scritto citato: “L’esigenza che Auschwitz non si ripeta è in assoluto la prima in campo educativo. Precede di tanto qualsiasi altra esigenza che credo non sia necessario né doveroso giustificarla.”

E aggiunge “poiché la possibilità di cambiare i presupposti oggettivi, cioè le strutture sociali e politiche, che covano tali eventi, è oggi limitata nel modo più estremo, i tentativi di contrastarne la ripetizione devono necessariamente spingersi in direzione dei soggetti.” Come? Con una politica educativa, aggiunge Adorno, capace di “educare l’individuo contro l’antisemitismo, il razzismo e ogni forma di violenza.” Ed è quello, caro dr. Dotti, che personalmente ho sempre fatto (e continuo a fare anche ora che sono in quiescenza) a scuola con i miei studenti, due dei quali del liceo classico, sono stati premiati dal Prefetto di Varese per “meriti morali e civici”; mentre molti altri, di ritorno dai viaggi d’istruzione, anche nei luoghi dello sterminio, sono diventati poi “sentinelle della memoria” o se si preferisce, come suggerisce l’ex- deportata ad Auschwitz, Liliana Segre, “candele della memoria” Cordialmente

Romolo vitelli, già docente di storia e filosofia

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