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Enzo Tresca, il ricordo di un amico

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9 Febbraio 2010

(pfv) Domenica scorsa il  collega Maniglio Botti con un articolo su la “Prealpina” ha ricordato, a trent’anni dalla morte, Enzo Tresca giovane cronista ricco di talento, di avventura e di umanità.
Enzo era molto conosciuto e rispettato, professionalmente un modello, ci sembra opportuno proporne la figura anche alle nuove generazioni di giornalisti e al giovanissimo popolo del web per una sua caratteristica: sapeva essere profondamente amico, cercava e dava amicizia in ogni occasione e perciò ha lasciato in eredità tanto affetto e tanto ricordo dei quali Maniglio Botti ha voluto essere testimone. Oggi viviamo tutti di corsa, chissà poi per quale traguardo, e forse un punto fermo per il presente e per il domani può essere proprio  l’amicizia. E’ un sentimento, è un legame che soccorrono e confortano, che segnano i giorni più importanti della nostra vita. L’amicizia ci rende più umani. Abbiamo bisogno di tanta umanità. Anche per questo da trent’anni l’assenza di Enzo è un peso per i nostri cuori.
 
Tante volte mi sono chiesto, in questi anni, quali sarebbero potuti essere i successi del giornalista Enzo Tresca nel corso degli sviluppi storici e tecnologici della nostra professione, e in Prealpina: se la sua genialità si sarebbe manifestata con maggior forza o se le sue crisi, la sua fragilità umana avrebbero infine avuto ancora la meglio sul talento. Sono sempre state, ovviamente, domande inutili, retoriche. Perché una sera di febbraio del 1980, davvero ormai così lontana nel tempo, Enzino fu travolto e ucciso da un’auto mentre camminava a fianco di una ragazza, in una strada dalle parti di Appiano Gentile.
Pierfausto Vedani, allora caporedattore alle cronache del giornale, il mattino successivo scrisse: “Addio a Enzo, l’amico più caro”. E in effetti, dopo solo una decina d’anni di vita in comune, sodale e professionale – dieci, undici anni corsi via in modo così rapido e intenso –, noi della Prealpina non avevamo perso un bravissimo giornalista, ma un amico vero, che era riuscito a ritagliarsi una nicchia nel nostro cuore.
Parlando con i giovani giornalisti varesini di oggi che non hanno avuto la fortunatissima ventura di conoscerlo, mi capita spesso di ripeterne la definizione coniata per lui da Morgione, che di Enzo fu una sorta di nume tutelare in Prealpina, maestro e fratello più grande: Enzo era un personaggio di Hemingway. E non si poteva, malgrado qualche inevitabile arrabbiatura, non amarlo. Il suo modo di essere giornalista, o meglio di essere uomo o ragazzo, apparteneva alla letteratura: la cadenza salernitana (ma Enzo parlava benissimo anche il dialetto bosino); tra le dita la sigaretta sempre accesa; la scapigliata cultura; una calibrata sciatteria nel vestire; la battuta prontissima e sferzante; la risata a singhiozzo e irrefrenabile…
Benché fosse maggiore di me di qualche anno, ci si conosceva di vista: lui della Brunella, io di Masnago. Ma l’incontro ufficiale avvenne alla fine di ottobre del 1969, salendo i gradini dell’ingresso del giornale sul lato di via Tamagno: “Tu sei Botti… Vieni, entriamo in questo tempio della scienza”. Cominciò allora un sodalizio che sarebbe stato interrotto solo dalla cattiva sorte. Dagli anni sofferti del precariato, all’assunzione, a quella sospiratissima lettera firmata Lodi e Rovetti. Poi i tanti fatti di cronaca affrontati insieme: il caso Gobbato (un giovane militare delle Valli del Luinese in licenza aveva assassinato una donna di Cugliate Fabiasco); gli anni di piombo (il nome di Enzo fu indicato in una lista delle Br tra i personaggi da eliminare). Insieme, pur non essendo né io né lui dei rivoluzionari, chiamati dall’avvocato Beppe Lozito, ci trovammo anche a essere testi a discarico di un gruppuscolo di espropriatori dell’estrema sinistra, che avevamo individuato e intervistato.
Lo chiamavamo il Barone, Enzo, in conseguenza di una sua “way of life” meridionale e principesca. Non aveva la patente e girava solo in tassì. Chissà quante volte cercò di convincerci che tutto sommato, nell’arco dell’anno, la sua spesa era inferiore della nostra, che pagavamo il bollo, la benzina, senza contare i costi dell’acquisto iniziale della vettura e della sua manutenzione e lo stress della guida… Prima di salire sul tassì controllava che la macchina fosse dotata di impianto stereo e che l’autista fosse un appassionato della canzonetta italiana e munito di nastri anni ’60 (Celentano, la Vanoni, Mina).
Come giornalista era pieno di sorprese e possedeva doti insospettate. Il giorno in cui furono sciolti gli accordi di Bretton Woods, che fino ad allora avevano legato il dollaro all’oro, Enzo si mise alla macchina per scrivere e in quattro e quattr’otto buttò giù un commento di una sessantina di righe, lasciandoci tutti stupefatti, noi che ben poco sapevamo di economia.
Prima di diventare cronista di nera e di giudiziaria, Enzo aveva fatto il servizio militare a Trapani e, in seguito, aveva operato all’ufficio I del Comiliter di Palermo retto dal generale di corpo d’armata Enrico Mino. Questi, secondo un uso in auge in quel tempo, fu poi il generale comandante dell’Arma dei carabinieri (la sua morte – nella seconda metà degli anni Settanta l’elicottero su cui veniva trasportato esplose in volo – è tuttora uno dei tanti misteri d’Italia). Erano anni difficili. Quando il generale Mino venne a Varese per una visita lampo attorno a lui si creò un invalicabile muro di protezione. Anche i giornalisti venivano tenuti a distanza. Grande fu lo stupore al momento in cui il generale, che l’aveva intravisto – taccuino e sigaretta in mano – tra un nugolo di sciabole e di stellette, lo chiamò: “Enzino!”, correndo ad abbracciarlo. In Prealpina, alle sollecitazioni del direttore Mario Lodi, Enzo rispondeva in modo militaresco: “Comandi!”. E noi giovani aiutanti di campo ci sentivamo un po’ come i quattro moschettieri: Enzo Tresca, il sottoscritto, Massimo Lodi e – poco dopo – Gianni Spartà, specie quando tutti insieme dovemmo rimboccarci le maniche e battagliare per rintuzzare gli attacchi di un altro quotidiano varesino, una novità assoluta nel panorama giornalistico locale, a più di ottant’anni dalla nascita della “Bagaina”.
Enzo era bravo ed era un amico sincero e generoso. C’era sempre. Il giorno del mio giuramento di soldato me lo ritrovai in caserma a Vipiteno-Sterzing. Nevicava. Enzino, che naturalmente era arrivato da Varese in tassì, indossava solo camicia e maglioncino. Si arrabbiò moltissimo perché un capitano – un ufficiale italiano! – gli fece fretta parlandogli in tedesco: “Schnell! Schnell!”. E c’era anche il giorno del mio matrimonio. Sulla porta della chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, in piazza Tripoli a Rimini, fu il suo il primo viso sorridente che vidi tra i lanciatori di riso e di… maccheroni.
Quante speranze, quante idee, quante chiacchierate. Una notte (o un mattino all’alba), in macchina sotto casa sua in via Crispi numero 28, lui superstiziosissimo, mi confidò di “sentirsi dentro” che non avrebbe passato i trentacinque anni. Pensai fosse una “bausciata”, quasi un modo di fare tra il misterioso e il faceto per attirare interesse su di sé. Ma quando morì aveva trentatré anni. Gli anni di Gesù.
Era un giovedì sera. Il lunedì avrebbe dovuto riprendere il suo lavoro in cronaca. Lo aspettavamo. Caro, carissimo amico.
Maniglio Botti

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