Francesco De Sanctis, un costruttore dello “spirito nazionale”
23 Luglio 2008
Egregio direttore,
le brutali esternazioni antipatriottiche di un ministro dell’attuale governo e i correlativi richiami, impliciti e talvolta espliciti, da parte di varie forze della destra nostrana, allo spirito clericale, reazionario, localista e sanfedista delle ‘insorgenze’ antigiacobine, mi impongono di riaffermare, unendo la mia voce a quella di altri lettori e frequentatori di questa rubrica, che il Risorgimento (1815-1861) è stato, così come il ‘triennio rivoluzionario’ giacobino (1796-1799) che ne ha posto le premesse, un grande periodo storico del nostro paese, ricco di splendide personalità. Una di esse, che svolge un ruolo fondamentale nella costruzione della nostra identità nazionale, è quella del grande storico e critico della letteratura italiana, Francesco De Sanctis (1817-1883). Nel tracciare un breve profilo di questo potente costruttore dello ‘spirito nazionale’, desidero sottolineare due aspetti fondamentali che conferiscono una straordinaria attualità alla sua lezione.
In primo luogo, per De Sanctis la realtà storica è concreta soltanto se include in sé il momento ideale. Il critico irpino si riallaccia, in tal senso, a una tradizione italiana che va da Machiavelli fino a Manzoni. Non è vero realismo quello che non contempla il momento attivo, ideale, etico, che innerva anche la stessa azione politica. Il secondo aspetto per cui l’opera di De Sanctis è cruciale per l’identità italiana è ovviamente connesso alla sua opera di storico e di critico della letteratura italiana. Con De Sanctis abbiamo, infatti, la costruzione del paradigma della letteratura italiana, l’‘invenzione’, se così si può dire, della letteratura italiana, che prima di lui non esisteva. Egli compie questa operazione con una consapevolezza molto forte, sostenuta dai suoi stretti legami con il pensiero tedesco, comuni, peraltro, a larga parte della cultura napoletana dell’’800. De Sanctis sapeva che Italia e Germania erano, e sono, delle ‘nazioni tardive’, ma erano, al tempo stesso, le prime nazioni d’Europa dal punto di vista dell’unificazione linguistica. Anzi, l’Italia precede la Germania grazie all’opera di Dante, che ha fatto del volgare toscano il modello della lingua nazionale del ‘Bel Paese’. Col volgare si cominciano, così, a trattare le questioni alte, che coinvolgono i valori supremi, e non solo i temi della vita quotidiana. La Germania arriverà più tardi all’unificazione linguistica con la traduzione della Bibbia fatta da Lutero in tedesco (anche qui l’unificazione linguistica precede la formazione della nazione politica).
L’Italia e la Germania sono, pertanto, agli antipodi del modello francese dove l’unificazione linguistica avviene attraverso l’intervento del potere statale, che dall’alto provvede a introdurre la lingua nazionale all’interno della società. Da Machiavelli a Manzoni, passando attraverso Giambattista Vico, noi troviamo in De Sanctis l’idea di una riforma intellettuale e morale e, organicamente connessa alla prima, l’idea dello Stato non come mero ‘guardiano notturno’, ma come promotore del miglioramento delle condizioni sociali e culturali della nazione (è evidente la matrice hegeliana del pensiero desanctisiano: il ruolo centrale che devono svolgere le forze intellettuali e la crucialità della scuola, dell’istruzione pubblica, per la formazione della nazione, per la costruzione dello ‘spirito nazionale’). I valori della patria che De Sanctis sviluppa sono così strettamente collegati ai valori della libertà, che non è difficile cogliere il nesso che unisce De Sanctis al razionalismo laico e alla tematica europea.
Orbene, la cultura laica europea di De Sanctis si forma attraverso la presa di distanza dal purismo di Basilio Puoti e attraverso la lettura dei testi dell’illuminismo francese e italiano (da Beccarla a Filangieri, da Genovesi a Pagano). La connotazione precipua della cultura laica concepita e realizzata da De Sanctis consiste nell’essere una sorta di ‘religione civile’, all’interno della quale sia i laici che i credenti devono potersi ritrovare. De Sanctis era convinto che la battaglia da condurre era quella contro il ‘particulare’ di Guicciardini, per una rivalutazione di Machiavelli come precursore dei tempi moderni dell’Europa e come il primo grande intellettuale europeo che scopre una politica la cui anima è la ‘religione civile’. Sotto questo profilo, è lecito osservare che l’Italia non è stata la patria di Machiavelli, ossia dell’autore che aveva provato a inventare l’idea di una ‘religione civile’ repubblicana, bensì la patria dei Guicciardini o dei Savonarola, che è quanto dire del ‘particulare’ o della ‘Gerusalemme celeste’.
Ecco perché la prospettiva etico-politica e scientifico-culturale di De Sanctis si colloca in maniera profonda all’interno della storia italiana e fa del critico irpino un autore profondamente italiano e per questo profondamente europeo ed internazionale. Dopo De Sanctis non possiamo più pensare la cultura italiana, la letteratura italiana, ma anche la politica e il pensiero italiani, così come erano pensati prima. De Sanctis è un punto di svolta fondamentale, che è necessario conoscere e approfondire per proiettare il patrimonio culturale della nazione su scala europea. Giacché, ancora una volta, il nostro essere europei o è legato profondamente alla tradizione nazionale o non è.



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