Il nepotismo da Mussolini a Fini e la gelosia di Sarkozy
16 Agosto 2010
Egregio direttore,
il nepotismo, congiunto al familismo amorale, è una delle costanti inossidabili
della storia di questo paese sciagurato e corrotto. Il Cavaliere, profondo conoscitore
dei vizi e dei difetti del popolo italiano, lusingando e sfruttando i quali ha edificato
il suo impero ed è giunto più volte a impadronirsi del governo, sa molto bene come
somministrare a quello che fu il delfino di Almirante, se non le virtù risanatrici
del ‘santo manganello’ (si consideri la nemesi storica!), il loro equivalente attuale,
ossia la cosiddetta ‘cura Boffo’. Magari giovandosi a tal fine del ‘soccorso’ che
gli ha prestato con le sue rivelazioni circa i benefit (la cosiddetta “Freccia Alata”)
da lei appetiti, uno squadrista televisivo e un dannunziano da strapazzo, quale è “il
primo cittadino di Salemi”, in passato tra i frequentatori dell’attuale compagna
di Gianfranco Fini. Sennonché la vicenda della vendita di un appartamento a
Montecarlo, conclusa a prezzo di favore da An in pro di Giancarlo Tulliani, fratello
della compagna del presidente della Camera, se può dare ansa alla campagna
denigratrice scatenata dai giornali di fiducia del Cavaliere, se in effetti è e rimane
una piccola storia, ha tuttavia un grande significato. Essa rientra a pieno diritto nelle
scene da basso Impero in cui si manifesta ‘urbi et orbi’ la putrescenza dell’attuale
sistema di potere e l’indulgenza dei più alti rappresentanti delle istituzioni, giacché
tale comportamento è il sigillo del potere detenuto ed esercitato, verso l’impudenza
di quella corte di famuli, di parassiti e di opportunisti che non solo li circonda e
li circuisce, ma da cui essi amano essere circondati e, in qualche misura, circuiti.
Si tratta, quindi, dell’antica abitudine italiana di favorire parenti e congiunti:
un’abitudine che un tempo era chiamata ‘nepotismo’ in considerazione del fatto che
papi e vescovi, i quali erano tra i maggiori praticanti di quest’arte, almeno
ufficialmente non potevano avere figli e generi da gratificare. Né è mancato qualche
giornalista che, studiando una variante di questa sindrome storico-antropologica, l’ha
qualificata con il termine “cognatite” e ne ha ricercato nel passato prossimo dei
precedenti, trovandoli, guarda caso, nel Duce, il quale, peraltro, nell’album di
famiglia di Fini ha avuto un posto di primo piano. Tulliani ha, dunque, un
predecessore quanto mai ignobile: il dottor Marcello Petacci. Il fratello dell’amante
di “Ben” (così Claretta chiamava il suo amato) faceva affari, acquistava e vendeva
immobili, progettava imprese d’ogni tipo usando come salvacondotto e garanzia il
fatto di essere il fratello della favorita del Duce. Vi è qualche storico ben informato
che sostiene che Mussolini aveva un’idea assai vaga di questi traffici, di cui ignorava
i particolari. D’altronde, se si volesse prendere in parola la rottura di Fini con il suo
passato politico prossimo e recente e, seguendo le sue stesse indicazioni, si volesse
assumere Sarkozy come modello di quella nuova destra laica e repubblicana che egli
ha in mente, non so quanto possa essere di buon auspicio per il presidente italiano
della Camera, in tema di compagne e di parenti, la scena desolante di un presidente
della repubblica francese che, trascinato dalla sua gelosia per la moglie
presuntivamente infedele, irrompe sul set del film, dove essa sta lavorando, per
controllarne il comportamento e prevenirne le eventuali tentazioni…



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